Ecco cosa pensano alcuni celebri naturalisti

Tratto da EVU News, N°2/1996

rodrigue

Prof. Luis Vallejo Rodriguez Segretario dell’Associazione Vegetariana delle Isole Canarie

Si ritiene attualmente che l’uomo debba mangiare carne per avere un regime equilibrato che contenga proteine di buona qualità. Lo affermano perfino eminenti Dottori come Francisco Grande Govian, recentemente scomparso, considerato la massima autorità in Spagna in fatto di nutrizione. A questo dobbiamo aggiungere che il Ministero della Sanità raccomanda di mangiare carne e che la maggior parte della popolazione ne mangia e la considera un buon nutrimento.

Tuttavia, nonostante ciò, è sorprendente che I PIU’ CELEBRI NATURALISTI dell’UMANITA’ siano stati VEGETARIANI o quanto meno abbiano dichiarato uno dopo l’altro che l’uomo è per natura vegetariano.

Dobbiamo considerare che i termini “VEGETARIANO” e “VEGETARISMO” COMPARVERO VERSO il 1838; dunque, prima di questa data, non li troviamo in nessun testo, ed è per questo che i naturalisti parlano di nutrimento vegetale o di regime vegetale. La non esistenza di questi termini rende difficoltose le indagini.
Per di più, per sapere se un naturalista famoso era o no vegetariano, dobbiamo leggere le biografie di ognuno. Le biografie sono difficili se non impossibili da trovare, perché non tutte sono state scritte. Sono state scritte biografie su artisti celebri ma molto poche su uomini di scienza. A questa difficoltà se ne aggiunge un’altra: lo scarso interesse degli scrittori per le abitudini alimentari dei personaggi sui quali scrivevano. È così che Colin Spencer, ad esempio, nel suo libro The Heretics Feast si lamenta che fra sessanta biografie su Leonardo da Vinci soltanto due dicano che egli era vegetariano.

Nonostante tutte queste difficoltà, LE DICHIARAZIONI DEI PIU’ FAMOSI NATURALISTI dell’UMANITA’ hanno espresso un messaggio molto chiaro e, a prova di ciò, leggete che cosa hanno detto:

JOHN RAY (1628-1704) era considerato il padre della storia naturalista inglese e in suo onore fu fondata un’Associazione che porta il suo nome: “The Ray Society”.

Di seguito JOHN RAY: 

Non c’è dubbio che l’uomo non è stato concepito per essere un animale carnivoro.

Inoltre egli dichiara:
A) Che invitante, piacevole ed innocente visione è lo spettacolo di una tavola così imbandita e che differenza con preparazioni a base di carne animale fumante, abbattuta e morta! In alcun modo l’uomo ha la costituzione di un carnivoro. Caccia e voracità non gli sono congeniali. L’UOMO non ha né i denti aguzzi né le unghie per uccidere la sua preda. Al contrario le sue MANI sono fatte per cogliere FRUTTI, BACCHE, ORTAGGI, e i suoi DENTI sono adatti a masticarli.

B) Tutto quello di cui abbiamo bisogno per nutrirci, ristorarci e deliziarci è abbondantemente presente nel magazzino inesauribile della Natura. Che vista gradevole, invitante e innocente una tavola allestita in modo frugale, e che differenza con un pasto a base di carne animale fumante e uccisa. In sintesi, i nostri contadini offrono tutte le delizie immaginabili, mentre i MATTATOI e le MACELLERIE sono piene di SANGUE COAGULATO e di ODORE NAUSEABONDO.

Un altro naturalista celebre è CARL LINNEE (Carlo Linneo, Carolus Linnaeus) (1707-1778), Dottore della Marina Svedese, Presidente dell’Accademia delle Scienze, e professore di Botanica a Stoccolma e all’Università di Upsala.

Carl Linnée HA CREATO il METODO di CLASSIFICAZIONE NATURALE delle PIANTE e degli ANIMALI, UTILIZZATO TUTT’ORA, sebbene siano trascorsi due secoli (famoso per la NOMENCLATURA BINOMIA).

Carl Linnée ha scritto:
A) I FRUTTI e le PIANTE COMMESTIBILI costituiscono il NUTRIMENTO più appropriato per l’UOMO.

B) A partire dalla sua ANATOMIA, l’UOMO non è stato fisiologicamente progettato per mangiare carne.

C) I FRUTTI sono IL NUTRIMENTO PIU’ ADATTO all’UOMO per via della conformazione dei suoi DENTI e del suo APPARATO DIGERENTE; ciò si evince da quel che è stato dimostrato attraverso la COMPARAZIONE con i QUADRUPEDI.

Il naturalista francese GEORGES LOUIS LECLERC, meglio conosciuto come CONTE DI BUFFON (1707-1778) fu membro dell’Accademia delle Scienze, Amministratore del Giardino del Re e, con la collaborazione di molti altri, ha scritto: “Storia Naturale” in 36 volumi.

BUFFON ha stabilito che:
L’UOMO potrebbe vivere SOLTANTO di VEGETALI. Tuttavia la natura intera non basta a soddisfare la sua intemperanza e l’inconsistente varietà del suo appetito. L’uomo da solo consuma e divora più carne di tutti gli animali messi insieme, senza necessità, ma sotto forma di abuso.

Il Dr. LOUIS JEAN MARIE D’AUBENTON (1716-1800), collaboratore di BUFFON, meglio noto come DAUBENTON già professore di Mineralogia presso il Giardino del Re e di Storia Naturale presso la Scuola di Medicina, AFFERMA quanto segue:
Si può presumere che l’UOMO, quando vive in modo naturale e in un clima temperato laddove la terra produce spontaneamente ogni sorta di FRUTTI, se ne nutra e non mangi animali.

GEORGES CUVIER (1769-1832) naturalista francese, anatomista e geologo. Fu professore presso la Scuola e il Museo di Francia, Segretario dell’Accademia delle Scienze e Cancelliere dell’Università. CREO’ la TEORIA dell’ANATOMIA COMPARATA e della PALEONTOLOGIA. Grazie ai suoi studi abbiamo potuto ricostruire specie per specie quelle scomparse. Cuvier ricevette i titoli di Barone, Grande Ufficiale della Legion d’Onore; fu onorato da Napoleone primo, Luigi XVIII e Luigi Filippo. Cuvier dichiarò nella sua opera Lezioni di Anatomia Comparata che:
L’ANATOMIA COMPARATA ci insegna che in ogni dettaglio l’UOMO SOMIGLIA agli ANIMALI FRUGIVORI e per niente ai carnivori … Solo camuffando la carne morta, resa più tenera da tecniche culinarie, è possibile per l’uomo masticarla e digerirla, solo così la vista di carni crude e sanguinolente non suscita orrore e disgusto.

Torniamo su alcune constatazioni fatte da CUVIER:
A) La costituzione dei principali organi dell’UOMO dimostra che la sua ALIMENTAZIONE non dovrebbe consistere in null’altro che dei VEGETALI.

B) Il CIBO NATURALE dell’UOMO, se consideriamo la sua struttura, dovrebbe consistere in FRUTTA, RADICI, ORTAGGI (VERDURE).

C) L’intero CORPO UMANO, fin nel più piccolo dettaglio, è DESTINATO PER NATURA ad un REGIME ESCLUSIVAMENTE VEGETALE.

D) L’ UOMO sembra fatto per nutrirsi principalmente di FRUTTA, RADICI e altre parti succulente (ricche d’acqua) dei VEGETALI. Le sue MANI gli consentono facilmente di COGLIERE tutto ciò; d’altro canto, le sue MASCELLE CORTE e di FORZA MEDIA, i suoi CANINI UGUALI (di PARI LUNGHEZZA) agli ALTRI DENTI e i suoi MOLARI a FORMA di TUBERO non gli permetterebbero né di brucare l’erba né di divorare la carne, a meno che egli non renda questi cibi commestibili attraverso la cottura.

Fonte: “Le règne animal” di Georges Cuvier (baron). Tome I – 1817 pag 86
Fonte: “Le règne animal” di Georges Cuvier (baron). Tome I – 1829 pag 73

Dr. RICHARD LEHNE, anatomista: L’ ANATOMIA COMPARATA prova che la DENTATURA UMANA è TOTALMENTE FRUGIVORA e ciò è CONFERMATO dalla PALEOZOOLOGIA con documenti vecchi milioni di anni.”

ALEXANDER von HUMBOLD (1769-1859), Naturalista tedesco, esploratore e geografo. Fornì studi sul magnetismo e sostenne la teoria dell’origine eruttiva delle rocce. È considerato il fondatore della Climatologia, della morfologia terrestre, della geografia fisica degli oceani e della geografia dei pianeti. Scrisse un’opera in trenta volumi dal titolo “Mondi e Viaggi nelle regioni equinoziali del Nuovo Mondo”.

HUMBOLD dice questo:

Nutrirsi di animali non è lontano dall’antropofagia e dal cannibalismo. La stessa quantità di terra utilizzata per pascere e nutrire del bestiame potrebbe nutrire dieci persone; se poi la coltiviamo a lenticchie, fagioli o piselli, potrebbe nutrire un centinaio di persone…. ………….Il BACINO dell’ORINOCO può produrre una quantità diBANANE sufficiente a NUTRIRE con ampio margine l’INTERA UMANITA’.

RICHARD OWEN (1804-1892) naturalista inglese, STUDIO’ CUVIER, catalogò la collezione della caccia al British Museum e allestì il Museo di Storia Naturale del Sud Kensington. Studiò anatomia e fisiologia comparate. Scrisse Corsi di Anatomia Comparata, Paleontologia e Fisiologia dei Vertebrati.

RICHARD OWEN ha detto:
A) Gli ANTROPOIDI e tutti i QUADRUMANI ricavano la loro alimentazione dai FRUTTI,dai SEMI e da altre succose SOSTANZE VEGETALI e la stretta analogia fra la struttura degli animali e quella dell’UOMO dimostra palesemente il loro FRUGIVORISMO NATURALE.

B) Le SCIMMIE, la cui DENTIZIONE è pressoché UGUALE a quella dell’UOMO, vivono principalmente di FRUTTA, NOCI ed altre varietà simili per consistenza, sapore e valore nutritivo elaborate dal mondo vegetale. La somiglianza profonda fra i DENTI dei QUADRUMANI e quelli degli UOMINI dimostra che l’UOMO era in ORIGINE adatto a mangiare i FRUTTI degli ALBERI nel PARADISO.

Sicuramente il più celebre di tutti i naturalisti inglesi fu d’accordo con gli altri naturalisti. Mi riferisco a CHARLES DARWIN (1800-1882) il quale all’età di 22 anni iniziò un viaggio per il mondo che durò 5 anni. Durante il viaggio DARWIN raccolse del materiale che servì a pubblicare il più celebre dei suoi libri nel 1859: l’Origine delle Specie per mezzo della Selezione Naturale. DARWIN fu membro della Royal Society di Londra e, dopo la sua morte, fu sepolto nell’Abbazia di Westminster con funerale solenne e la presenza diplomatica di grandi nazioni alle sue esequie.

DARWIN ha scritto:
La classificazione per forma, funzioni organiche e regime (alimentare) mostra in maniera inconfutabile che il NUTRIMENTO NORMALE dell’UOMO è VEGETALE come quello degli ANTROPOIDI e delle SCIMMIE, che I NOSTRI CANINI sono MENO SVILUPPATI DEI LORO e che noi non siamo destinati a competere con le bestie selvagge o gli animali carnivori.

Nel suo libro L’origine dell’uomo e la scelta in rapporto col sesso (1871. The descent of man, and selection in relation to sex. London: John Murray. 1st ed.) DARWIN DICE:
At the period and place, whenever and wherever it may have been, when MAN first lost his hairy covering, he probably inhabited a hot country; and this would have been favourable for a FRUGIFEROUS DIET, on which, judging from analogy, he subsisted.

In qualunque periodo e in qualunque luogo, quando e dove ciò possa essere seguìto, è probabile che l’UOMO, allorchè cominciò a perdere la sua veste di peli, abitasse un paese caldo; e ciò doveva essere stato favorevole ad un REGIME FRUGIVORO, del quale, giudicando dall’analogia, egli deve aver vissuto.

THOMAS HENRY HUXLEY (1825-1895), Dottore e Antropologo inglese, SOSTENNE le TEORIE di DARWIN e divenne presidente della Royal Society. Fra l’altro egli ha scritto Evidenze zoologiche del Posto dell’Uomo nella Natura e nell’Anatomia Comparata.

Leggiamo alcune dichiarazioni di HUXLEY:
A) L’UOMO venne prima della caccia e del fuoco, non poteva dunque essere onnivoro.

B) La LUNGHEZZA dell’APPARATO DIGERENTE dell’UOMO è di 5-8 metri e la distanza fra la bocca e il coccige va dai 50 agli 80 centimetri, cosa che ci dà un rapporto di 10, come per gli altri ANIMALI FRUGIVORI, e non di 3 come per i carnivori o di 20 come per gli animali erbivori.

C) L’UNICO ANIMALE esistente con una MORFOLOGIA ONNIVORA è l’ORSO, il quale ha alcuni denti affilati e gli altri piatti.

Sir ARTHUR KEITH (1866-1955) Celebre Anatomista ed Antropologo inglese.
Insieme ad MartinFlack, scoprì il ganglio sinoauricolare da cui hanno origine le contrazioni cardiache. Già Rettore dellUniversità di Aberdeen, scrisse: Istruzioni per lo Studio delle Scimmie Antropoidi, Vecchi Tipi di Uomo e Saggio sull’Evoluzione degli Umani.

ARTHUR KEITH ci dice:
Gli SCIMPANZE’ e i GORILLA hanno gli STESSI MECCANISMI DIGESTIVI dell’UOMO. È la prova dell’Anatomia Comparata in favore di un REGIME di CRUDITA’ che permette alla fermentazione di produrre molte feci quotidiane, morbide e senza putrefazione.

TUTTO CIO’ RAPPRESENTA le RICERCHE dei PIU’ CELEBRI NATURALISTI che l’umanità abbia avuto.

Dobbiamo osservare che I LORO STUDI furono sostenuti e fecero riferimento al CONFRONTO dell’ANATOMIA dell’UOMO con quella di ALTRI MAMMIFERI, in particolare delle SCIMMIE, e ci parlano della conformazione dei DENTI e degli APPARATI DIGERENTI di questi mammiferi.

A questo riguardo TUTTI I NATURALISTI CELEBRI sono arrivati alla MEDESIMA sorprendente CONCLUSIONE: l’uomo è vegetariano per natura e se la parola “VEGETARIANO” non compare nei loro scritti è perché il TERMINE NON ESISTEVA PRIMA DEL 1838, e perché gli studi di questi naturalisti celebri furono scritti prima di questa data.

Potremmo argomentare CONTRO il VEGETARISMO che le IMMAGINI dell’UOMO PREISTORICO sulle ROCCE delle CAVERNE ce lo mostrano come CACCIATORE. QUESTO tuttavia NON SIGNIFICA CHE la CARNE sia la FORMA IDEALE di NUTRIMENTO per l’UOMO.

Dobbiamo tener conto del fatto che l’antropologo ALAN WALKER, dell’Università di John HopKins, quando studiava le impronte fossili dei denti, trovò un assortimento di diversi alimenti. Egli ribadì che I NOSTRI PRIMI ANTENATI non vissero principalmente di carne, né di semi, né di bacche, di foglie o di erba e nemmeno che fossero onnivori. Sembra che essi si sostenessero principalmente con un REGIME di FRUTTA. Non ha trovato eccezioni. OGNI DENTE fu esaminato e quelli appartenenti ad ominidi di 12 milioni di anni fa ed ereditati in linea diretta dall’Homo Erectus, dimostrano che questi OMINIDIerano MANGIATORI di FRUTTA.

ALAN WALKER (published in New York Times, May 15, 1979).
Preliminary studies of FOSSIL TEETH have led an anthropologist to the startling suggestion that our early HUMAN ANCESTORS were not predominantly meat eaters or even eaters of seeds, shoots, leaves, or grassses. Nor were they omniverous. Instead, they appear to have subsisted chiefly on A DIET OF FRUIT […] NO EXCEPTIONS HAVE BEEN FOUND.[…] Every tooth examined from the HOMINIDS of the 12 million year period leading up to HOMO-ERECTUS appeared to be that of a FRUIT EATER

Studi preliminari sui DENTI FOSSILI hanno condotto un antropologo a suggerire una ipotesi sensazionale: Gli ANTENATI UMANI, in ORIGINE, non erano prevalentemente mangiatori di carne e neppure di semi, germogli, foglie o erbe. Né erano onnivori. I loro DENTI invece sembrano mostrare le tipiche caratteristiche di chi si nutriva di una DIETA a BASE di FRUTTA. […] NESSUNA ECCEZIONE TROVATA. […] Ogni DENTE esaminato appartenente agli OMINIDI del periodo da 12 milioni di anni fa FINO all’HOMO ERECTUS, è sembrato appartenere ai MANGIATORI DI FRUTTA.

PER CONCLUDERE voglio porre ai lettori questa domanda: l’uomo è vegetariano per natura? Attualmente la maggior parte dei Dottori ci dicono che non lo è ma i più celebri naturalisti hanno dedotto tutti che lo è.
Se fosse veramente così solo una piccola minoranza della popolazione dei paesi sviluppati, quelli che noi chiamiamo Vegetariani, mangerebbe correttamente, mentre la maggior parte della popolazione mangerebbe in modo scorretto,

Prof. Luis Vallejo Rodriguez
Segretario dell’Associazione Vegetariana delle Isole Canarie
Strada 3557, Las Palmas, Isole Canarie, Spagna

Il Prof Luis Vallejo Rodriguez ha pubblicato tre libri in spagnolo:
Guarigione dal cancro attraverso la pulizia del colon (1990)
Alimentazione e successo scolastico (1991)
Il cancro e gli interessi correlati (e gli interessi che ne sono nati) (1993)

Siamo Fruttariani? – T. C. Fry

Le bon guide de l’Hygienisme” n°44 p. 4

Tradotto da Albert Mosseri

T. C. FRY

Ho ricevuto una lettera che dice:

“Mia moglie ed io siamo diventati, ormai già da qualche tempo, quasi interamenteFRUTTARIANI e di tanto in tanto consumiamo diverse specie di NOCI e SEMI.

Siamo incuriositi dal fatto che da un lato il Dr. Shelton raccomanda il consumo di vegetali crudi, ortaggi, frutti, diverse specie di noci e semi; dall’altro voi raccomandate una dieta fatta esclusivamente da frutta cruda.

Quando vedo questa differenza di opinione tra due giganti dell’Igienismo ci deve pur essere – mi dico – una spiegazione.”

Si c’è un divario tra la mia posizione e quella di Shelton. Quando leggete il Dr. Shelton ed elogia la FRUTTA, immaginate che che egli sia fruttariano. Al contrario i suoi menù comprendono molti vegetali, soprattutto insalate, semi, avocado, varie noci e talvolta patate o riso cotto al vapore.

Egli raccomanda una grossa terrina di INSALATA tutti i giorni. Il più ed il meglio.

La mia posizione è basata esclusivamente sulle nostre disposizioni biologiche.

Il Dr. Shelton concorda nel definirci FRUGIVORI ma non prevede la dieta che logicamente ne consegue.

Gli esseri umani sono per natura FRUTTARIANI. Sono infatti anatomicamente predisposti, fisiologicamente dotati, attratti istintivamente, e biologicamente adatti, per essere mangiatori esclusivamente di frutti.

Secondo gli ANTROPOLOGI, siamo per natura esclusivamente e totalmente dei consumatori di frutta.

Penso che i cavalli, dovrebbero mangiare erba e che i frugivori dovrebbero mangiare frutti.

Penso che LA POSIZIONE del Dr. SHELTON provenga dalla POSIZIONE UFFICIALE SUI DIVERSI NUTRIENTI.

Ha preferito in modo molto sottile il punto di vista che sostiene “il più ed il meglio”.

Perché dobbiamo consumare, come egli dice, “una grande terrina di INSALATA” con gambi e foglie ogni giorno?

Questa raccomandazione ha certi lati positivi rispetto al menù corrente abituale, ma è totalmente inaccettabile per una persona che sta bene.

Vediamo le diverse posizioni sulla NUTRIZIONE che hanno potuto influenzare Shelton.

1) LE PROTEINE: La nutrizione convenzionale ne raccomanda 60 gr. Al giorno. Il Dr. Shelton ne raccomanda 30 gr. Gli americani ne consumano attualmente 105 gr.

I menù di Shelton ne contengono da 70 a 85 gr. (Questo non è esatto, visto che un menù giornaliero consigliato da Shelton, composto da due pasti al giorno, un pasto di frutta a pranzo ed un pasto di verdure crude più 4 once di noci a cena, non contiene 70 o 85 gr. di proteine, ma bensì dai 30 ai 40 gr. secondo il tipo di frutta e soprattutto il tipo di noci o semi, infatti i pinoli contengono 25 gr. di proteine, invece le nocciole 13 gr. Nota di Stefano).

Come il Dr. Shelton aveva detto, L’ ECCESSO di PROTEINE viene DECOMPOSTOin SOSTANZE MOLTO TOSSICHE.

D’altro canto, un menù esclusivo di FRUTTI fornisce da 15 a 30 gr. di AMINOACIDI al giorno.

Non sotto forma di proteine che devono essere decomposte con l’aiuto di complicati processi digestivi.

In più i FRUTTARIANI hanno una SALUTE talmente BUONA che LE LORO CELLULE NON MUOIONO TANTO RAPIDAMENTE, per cui il loro bisogno di aminoacidi è inferiore di metà rispetto agli altri.

D’ altra parte quando si mangiano crude le proteine sono molto più utili che consumate cotte.

L’ EFFICACIA che deriva dalla trasformazione degli AMINOACIDI dei FRUTTI,confrontata alle proteine di fonte esterna, per la maggior parte cotte, rende le indicazioni dietetiche di Shelton non più necessarie.

Considerando che il 90% degli alimenti deve fornire L’ ENERGIA, sono solo gli IDRATI DI CARBONIO in grado di svolgere questa funzione, ed i FRUTTI lo fanno al meglio.

Difatti i FRUTTI sono PREDIGERITI e procurano GLUCOSIO/FRUTTOSIO pronto per essere assorbito ed utilizzato.

Invece, I FARINACEI necessitano di una digestione laboriosa. Quando li si consumaCRUDI, non si può trarre gran che, in quanto l’amido è incapsulato in un globulo di cellulosa che i succhi gastrici non riescono a penetrare.

Con la COTTURA questi globuli scoppiano, ma il calore fa degenerare la maggior parte del contenuto nutritivo dell’alimento.

D’altra parte una grande terrina di LATTUGHE non procura alcuna CALORIA.

Questi alimenti sono NEGATIVI dal PUNTO di VISTA CALORICO.

Le varie NOCI e SEMI ci forniscono la maggior parte delle loro CALORIE, con ilGRASSO che contengono, e sono molto DURI da DIGERIRE.

Gli ALIMENTI COTTI, anche se sono cotti conservando gli elementi nutritivi, sono sempre degli alimenti di QUART’ORDINE.

2) I FRUTTI, come anche i vegetali, contengono più sali minerali di quanto non ne abbiamo bisogno.

3) I FRUTTI contengono, rispetto a qualsiasi altro alimento, il maggior numero di vitamine note e per questo NON ABBIAMO BISOGNO di ORTAGGI.

4) Tutti i FRUTTI contengono degli ACIDI GRASSI e in quantità sufficiente, in una forma facile da assorbire ed utilizzare, ivi compreso gli ACIDI GRASSI ESSENZIALI,come gli acidi arachidonico, linoleico (omega 6), e alfa linolenico (omega 3).

Al contrario i GRASSI degli ORTAGGI, dei SEMI e delle NOCI sono DIFFICILI da DIGERIRE e da UTILIZZARE, ed a causa della grande quantità contenutaimpongono all’organismo un PESANTE FARDELLO.

I FRUTTI soddisfano i nostri bisogni in modo ideale, mentre le VERDURE lo fanno in modo più scarso.

Sostenere che gli ORTAGGI siano poveri è provato dal fatto che NON VI E’ IN NOI presenza di ENZIMI atti a trattare i loro componenti. Ciò significa che la maggior parte degli ORTAGGI contiene ELEMENTI TOSSICI.

Di fatto LA RIVISTA ” SCIENCE” del 23 settembre 1983, l’organo dell’Associazione Americana per il progresso della scienza, contiene i risultati delle varie ricerche condotte dal Dr. BRUCE AMES direttore della sezione di biochimica all’Università della California, sulle VERDURE e sugli ORTAGGI.

Le sue ricerche hanno dimostrato che quasi tutti gli alimenti contengono una o piùSOSTANZE CANCEROGENE, ivi comprese le LATTUGHE, il SEDANO, l’ ALFA-ALFA, i GERMOGLI di GRANO, le FAVE, l’ OKRA, l’ AGLIO, la CIPOLLA, il RABARBARO, i FUNGHI, gli SPINACI, GLI ALIMENTI COTTI, e soprattutto I GRASSI.

Per concludere, gli ESSERI UMANI sono compatibili solo con una unica classe di alimenti: I FRUTTI.

I FRUTTI sono infatti gli unici prodotti dagli alberi, dalle vigne e dalle piante, che attraggono l’attenzione per essere consumati grazie ad una SIMBIOSI BIOLOGICA.

Attraverso un MENU’ A BASE DI FRUTTI gli ESSERI UMANI si sono sviluppati in CREATURE DIVINE.

Restiamo tali. T. C. FRY

Il Mito degli Amminoacidi Essenziali – Prof. Armando D’ Elia

Prof. Armando D’Elia

Naturalista, chimico, studioso di dietetica vegetariana

I 22 aminoacidi (20 secondo Berg, 22 secondo Sherman) esistenti, come già detto, negli alimenti si dividono, secondo la nutrizionistica ufficiale, in due categorie: quella dei 14 aminoacidi che possono essere prodotti (sintetizzati) dall’organismo umano (e che quindi non è necessario che siano presenti nei cibi) e quella degli aminoacidi chiamati “essenziali” (8 o 10) che invece, non potendo (si ritiene) essere sintetizzati dall’organismo umano, dovrebbero essere assunti con gli alimenti ( sono stati chiamati “essenziali” per indicare che sono indispensabili alla vita e quindi di importanza capitale).
Gli 8 aminoacidi “essenziali” sarebbero: fenilalanina, isoleucina, leucina, lisina, metionina, treonina, triptofano, valina. Ma nella fase di crescita da alcuni sono ritenuti “essenziali”, e quindi fabbricabili dall’organismo, altri due aminoacidi, la arginina e la istidina, che l’organismo infantile non produrrebbe in quantità sufficiente.
I restanti aminoacidi, non essenziali, sarebbero (in ordine alfabetico): acido glutammico, alanina, arginina, asparagina, cisteina, glicina, istidina, norleucina, ossiprolina, prolina, serina, tirosina; la cisteina e la tirosina sono considerati “semiessenziali” perchè si possono sostituire alla metionina e alla fenilalanina.

 Secondo la cosiddetta “scienza dell’alimentazione” ufficiale le proteine ( di un qualsiasi cibo) dovrebbero ritenersi in linea generale tanto più valide sul piano nutrizionale quanto più esse sono ricche di aminoacidi essenziali, i quali, sempre secondo la scienza ufficiale, conferirebbero alla proteina il “carisma” del proprio valore biologico; conseguentemente dovrebbero essere considerate di elevato valore biologico le proteine di origine animale (carne, compresa quella di pesce, latte e derivati, uova) perché “ricche di amminoacidi essenziali, mentre le proteine vegetali consentirebbero solo per un breve periodo l’accrescimento ed il mantenimento degli individui in quanto conterrebbero quantità insufficienti di uno o più aminoacidi essenziali, quindi avrebbero un valore biologico inferiore a quello della carne e dei sottoprodotti animali.
Ecco un commento a siffatta argomentazione pseudoscientifica, espresso dai proff. Ribaldone e Bianucci:” Secondo i dietologi, solamente le proteine animali, ossia quelle contenute nelle carni, nelle uova, nel latte e derivati, sono in grado di fornire tutti gli aminoacidi essenziali e in quantità adeguata alla necessità dell’organismo. Questa affermazione tuttavia non può mancare
di destare perplessità, considerate le eccellenti condizioni di salute di persone che seguono una dieta strettamente vegetariana”.

 Diviene necessario, a questo punto, richiamarsi ad una fondamentale considerazione. Gli aminoacidi cosiddetti `’essenziali” sono sintetizzati dai vegetali, loro unica sede genetica; dai vegetali, infatti, li prelevano gli erbivori (per loro unica fonte di prelievo diretto), ma anche i carnivori (per loro, però, fonte di prelievo indiretta). Gli altri aminoacidi cosiddetti “non essenziali” possono essere sintetizzati anche nel nostro organismo (oltre che nei vegetali, è ovvio), ma perché si possa compiere tale sintesi, occorre che l’organismo disponga del gruppo aminico – NH2 (generalmente fornito dall’aminoacido essenziale attraverso l’enzima “transaminasi”) e del gruppo carbossilico-COOH che diventa disponibile in conseguenza del metabolismo dei glicidi e dei grassi. Quindi le proteine di origine animale, (prodotte, cioè, dall’organismo animale) sono il risultato di una sintesi strettamente condizionata da quella vegetale perché è dal regno vegetale che viene assunta la quota degli aminoacidi “essenziali”, già pronti. senza dei quali nessun animale (compreso naturalmente, l’animale “uomo”) potrebbe sintetizzare proteine complete, ma soltanto proteine contenenti aminoacidi “non essenziali”, ritenute “di scarso valore biologico”.

In realtà, TRA PROTEINA DI ORIGINE VEGETALE E PROTEINA DI ORIGINE ANIMALE NON PUO’ ESISTERE DIFFERENZA CHE POSSA IN PRATICA PREGIUDICARE, PREFERENDO L’UNA O L’ALTRA FONTE, UNA CORRETTA NUTRIZIONE SOTTO L’ASPETTO AMINOACIDICO, CIOE’ PROTEICO. A differenza di come ci si comporta con gli alimenti di origine animale, che sono relativamente pochi, per l’opzione vegetale occorre una più accurata conoscenza affinché venga soddisfatto il nostro bisogno proteico data la estesa varietà dei prodotti vegetali commestibili che la Natura ci offre. Nel capitolo che in questo lavoro verrà dedicato alla trattazione del fabbisogno proteico dell’uomo, si parlerà anche di questo argomento e se ne parlerà poi anche a proposito della antieconomicità delle proteine animali. Certamente la quota proteica dei vegetali in genere è in grado di coprire adeguatamente le nostre esigenze in fatto di approvvigionamento di proteine, tenendo sempre presente, però, che le esigenze proteiche sono esigue rispetto a quelle di glucidi, che nel metabolismo nutrizionale umano hanno importanza primaria.

 C’è subito da notare che le proteine presenti nel regno vegetale possono accumularsi (formando dei depositi, ai quali la pianta può attingere per il suo sviluppo) nei semi (di leguminose, graminacee, ecc.), con medie che vanno da un minimo del 7% del riso (graminacea) al 25% della leguminosa lenticchia. INVECE . NEL REGNO ANIMALE (E QUINDI ANCHE NELL’UOMO) LE PROTEINE NON HANNO QUESTA POSSIBILITA’ DI ACCUMULARSI E FORMARE DEI DEPOSITI DI RISERVA: PERTANTO IL RIFORNIMENTO DI PROTEINE DEVE ESSERE CONTINUO. ANCORCHE’ ESIGUO (COME VEDREMO). E QUESTA CONTINUITA’ E’ ASSICURATA DA QUELLA “UBIQUITA”‘ DELLE PROTEINE ALLA QUALE SI E’ ACCENNATO,PRESENTANDOLA COME “INFORMAZIONE INDISPENSABILMENTE PRIORITARIA” NEL CAPITOLO INTRODUTTIVO DEL PRESENTE LAVORO.

Intanto, una prima conclusione si può trarre a proposito degli aminoacidi “essenziali”: avendo dimostrato poco prima che essi sono assunti dagli erbivori mangiando dei vegetali, ci sentiamo di concordare con H. M. Shelton, il quale afferma “che non v’è alcuna ragione per supporre che anche l’uomo non possa fare altrettanto nutrendosi direttamente di vegetali. Inoltre, se diamo uno sguardo al mondo animale, vediamo che in genere i carnivori non si nutrono di altri carnivori, ma di erbivori, cioè di animali che hanno costruito il loro corpo con i vegetali”.
Ma c’è di più! Al Congresso internazionale sulle proteine tenutosi a Berna il prof. A. Abelin negò addirittura che negli alimenti destinati all’uomo sia indispensabile la presenza di aminoacidi essenziali, affermando che essi possono essere sintetizzati dall’organismo umano, come gli aminoacidi non essenziali; tanto è vero che, attraverso indagini cliniche, tali aminoacidi essenziali sono stati riscontrati in sufficienti quantità anche in individui i cui cibi ne erano totalmente privi. Il noto prof. E. Schneider commenta così questa clamorosa notizia: “Questa scoperta ha demolito tutto ciò che sinora si credeva di sapere sul metabolismo delle proteine in quanto ha dimostrato che non ha importanza il tipo di proteine assorbito, dato che la cellula vivente è capace di utilizzare ogni alimento che contenga proteine., edificando poi autonomamente quei composti di cui l’organismo ha specifico bisogno” (Schneider – La santé par les aliments – Dammarie- les – Lys, 1982).

 Il prof. Curthbertson, dell’Istituto delle ricerche di Aberdeen. nel Sud Dakota, dice: “L’idea che le proteine animali siano superiori a quelle vegetali è senza alcun fondamento. Le esperienze fatte per dimostrare la pretesa superiorità delle proteine animali hanno utilizzato proteine sottoposte in precedenza a processi selettivi e di purificazione che le avevano denaturate completamente. Peraltro, alcune di queste proteine erano sintetiche. Orbene, le proteine naturali della nostra abituale alimentazione, introdotte nel corpo umano, che è “vivente”, manifestano capacità e proprietà del tutto differenti dalle risultanze sperimentali di laboratorio”.
René Suzineau commenta così le suddette dichiarazioni di Curthbertson: “Bisogna farla finita una buona volta con il pregiudizio che proteine e carne sono sinonimi.”
Occorre inoltre tenere presente un fatto a nostro parere assai importante, cioè la capacità che ha il nostro organismo di realizzare quelle “trasmutazioni biologiche” la cui scoperta si deve al famoso fisico francese Louis Kervran, membro dell’Accademia delle scienze di New York. Secondo questa scoperta il nostro organismo, con l’intermediazione della flora intestinale, può sintetizzare anche gli aminoacidi essenziali partendo dagli aminoacidi presenti nelle proteine della frutta e degli ortaggi o da altri composti organici. Esiste indubbiamente una “intelligenza innata” del corpo umano, una intelligenza “sicura” che non ha nulla a che vedere con quella cosciente del cervello e che, essendo immensamente più sofisticata della nostra mente pensante, rende il corpo capace di produrre regolarmente tutte le proteine che gli sono necessarie, nel modo migliore, utilizzando i prodotti della digestione degli alimenti, purchè questi siano – questo è il punto ! – quelli naturali, cioè quelli che la Natura ci ha assegnato perchè confacenti alla nostra anatomia, alla nostra fisiologia, ai nostri istinti.
Sempre a proposito degli aminoacidi essenziali, non bisogna dimenticare che certi trattamenti termici (leggi “cottura”) provocano un decadimento del valore biologico delle proteine causato proprio dalla distruzione totale o parziale di codesti aminoacidi ritenuti “essenziali”. Tale distruzione è dovuta al fatto che, attraverso polimeri intermedi, le proteine vengono idrolizzate.
Ci sembra utile a questo punto riportare il giudizio che sull’argomento ha formulato il prof. Antonio Carnevale, dell’Università di Napoli: “Purtroppo l’uomo, specie nei paesi industrializzati ad alto livello socio-economico, continua a dimostrare chiara tendenza al consumo di alimenti carnei, nella convinzione che siano costituiti da “proteine nobili”, falsa credenza che trova la sua origine, oltre che nei pregiudizi, nella disinformazione scientifica. A tal riguardo, va sottolineato che non l’opinabile, ma l’oggettivo dovrebbe costituire quel patrimonio culturale scientifico che consente di nutrirsi consapevolmente, tutelando la propria salute, alla luce della ragione e dei riemergenti nostri istinti alimentari”. 
- Occorre anzitutto rammentare che i dieci aminoacidi “essenziali” furono dichiarati tali in seguito a sperimentazioni effettuate da W.C.Rose, dell’Università dell’Illinois, sui topi bianchi partendo dal presupposto che i fabbisogni di questi rosicanti siano “eguali a quelli dell’uomo”. Il che non è vero, dato che già in condizioni normali il loro biochimismo fisiologico è lontanissimo da quello umano: come si vedrà fra poco, gli animali, oltre a reagire alle sostanze chimiche in modo assai diverso dall’uomo, presentano livelli di sopportazione differenti e differenti parametri di intossicazione.
Basterebbe ricordare che i topi, per crescere normalmente, hanno bisogno di un latte fortemente proteico (il “loro” latte contiene il 9,5% di proteine) mentre l’organismo umano cresce normalmente con un latte (quello umano) che contiene lo 0,9% di proteine (appena un decimo. quindi, di quello dei topi) e che permette di raddoppiare il peso del neonato umano in 180 giorni. Se, durante I’allattamento, ci si stacca da tali normali tassi proteici, si manifestano vistose turbe o per carenza o per overdose di proteine.
Se poi si prendono in considerazione le condizioni in cui tali ricerche di laboratorio sono abitualmente condotte, condizioni che stravolgono le condizioni fisio-psichiche degli animali, le riserve sulla attendibilità dei risultati così ottenuti divengono ancora più legittime.
Nonostante questo, sta di fatto che purtroppo “LE NOSTRE CONOSCENZE SUGLI AMINOACIDI ESSENZIALI RELATIVE ALLA ALIMENTAZIONE UMANA VENGONO SICURAMENTE DA ESPERIMENTI FATTI SUI TOPI BIANCHI” (da “I1 punto di vista molecolare” – Biological Sciences Curriculum Study).
In verità nessun risultato di sperimentazioni eseguite sugli altri animali può essere estrapolato e trasferito “tout court” sull’uomo. Tanto per restare sui ratti basta ricordare il famoso (anzi, “famigerato”) Talidomide. farmaco che provocò migliaia di casi di bambini focomelici e che fu messo in commercio (e poi ritirato !) proprio perchè, sperimentato sui topi, risultò innocuo a questi rosicanti e pertanto venne con criminale leggerezza ritenuto innocuo anche per l’uomo. Invece….
Altri esempi: per scimmie e criceti la stricnina è innocua e le galline la sopportano in una quantità dieci volte superiore alla dose letale per l’uomo e questo vale – pare – anche per l’oppio. Ancora, per le pecore l’arsenico è una sostanza pressoché innocua e per conigli e criceti la penicellina è letale. Il dott. L. Goldberg (dell’Istituto Karolinska di Stoccolma) dice: “Non esiste davvero una ragione logica per trasferire sugli uomini i risultati ottenuti con sperimentazioni effettuate su animali”. Il Nobel dott. R. Koch ribadisce: “Una sperimentazione effettuata sugli animali non dà mai un’indicazione sicura”. Il prof. M. Rohrs di Hannover dichiara: “Nessun scienziato serio potrà contestare il fatto che i dati raccolti sugli animali non possono essere trasferiti sull’uomo”. Il dott. H. Stiller afferma: “L’odierna ricerca sul cancro è il capitolo più vergognoso e triste: sono state sperimentate con successo sugli animali più di 300.000 sostanze e 6.000 farmaci anticancro e tutti questi esperimenti sono falliti sull’uomo”. Qualcosa di simile c’è da aspettarsi anche per l’AIDS. E tuttavia fu proprio in seguito ad esperimenti condotti sui topi che vennero dichiarati “essenziali” gli 8 aminoacidi anzidetti. Nel contempo però vennero alla luce alcune notevoli anomalie: per esempio, la lisina, la fenilalanina e le leucina, che risultavano “essenziali” sia per l’uomo che per il ratto già adulto, non risultavano invece “essenziali” per i ratti in via di accrescimento. Altri dubbi sorsero sperimentando su animali diversi dai ratti.
-Cominciarono così a formularsi non poche riserve sulla validità per l’uomo dei dati ottenuti sui ratti. Finalmente, lo stesso W.C. Rose (prima citato), nel 1949 (a conclusione dei suoi studi) ammise che non ci si poteva affidare solo alle sperimentazioni sui ratti e che occorreva sperimentare direttamente sull’uomo, onde conoscere con maggiore attendibilità quali e quanti aminoacidi essenziali occorrono veramente all’animale “uomo”. 
Il Rose stesso compose quindi una dieta speciale comprendente, a suo parere, tutti i principii alimentari presenti nei cibi, in quantità sufficiente a mantenere l’equilibrio azotato e sperimentò su individui di sesso maschile, adulti. Vale la pena, per comprovare quanto si dirà dopo, descrivere la composizione di tale dieta. Essa era basata su emulsioni acquose, prive di azoto e sottoposte poi a cottura, di amido di mais, zucchero industriale, burro, olio di mais, sali inorganici. A queste sostanze vennero aggiunti wafers ed una sospensione di aminoacidi purificati. Le vitamine erano fornite mediante olio di fegato di merluzzo, cloridrato di tiamina, riboflavina, nicotinamide, cloridrato di piridossina, acido ascorbico, tocoferolo, pantotenato di calcio, estratto di fegato, succo di limone dolcificato.
Come si vede, si tratta di una dieta assolutamente innaturale, impraticabile nella vita normale quotidiana perchè, tra l’altro, è caratterizzata dall’assunzione di sostanze che derivano da un’assurdo e deprecabile frazionamento degli alimenti offertici integri dalla Natura.
II prof. Diamond, a proposito della presenza di “aminoacídi purificati” nella dieta di Rose, della quale sostiene la inaffidabilità, commenta ironicamente :”noi mangiamo alimenti, non aminoacidi purificati! “

Tuttavia lo stesso Rose, pur riconoscendo lealmente come innaturale la dieta da lui stessa composta, insistette nel sostenere la validità di una sua “tabella degli aminoacidi essenziali”, corredata con i fabbisogni giornalieri minimi dei vari aminoacidi, scegliendo, come aminoacido di riferimento, il triptofano, fatto eguale ad 1.
Secondo il Rose, qualora per un solo aminoacido non si raggiungesse il minimo, il fabbisogno azotato non potrebbe essere più coperto; anche qui, però, il Rose venne smentito da altri ricercatori, ad esempio da E.J.Nasset che sulla “Rivista mondiale di nutrizione e dietetica” (World Review of Nutrition and Dietetics) sostenne invece “che il corpo può ricuperare , con dei meccanismi particolari, qualsiasi aminoacido assente (o presente in misura ritenuta insufficiente) attingendo alle proprie riserve”.
In seguito altre voci critiche si aggiunsero a quella di Nasset; fra loro spiccano i nomi di Terroine, Waterlow, Gjorgy i quali, nel Simposio tenutosi alla Princeton University nel 1955, portarono la critica soprattutto sulla eccessiva resa energetica della dieta di Rose (1000 kcal in più del fabbisogno normale !). Successivamente Tremolières e Jacquot nel 1957 posero in evidenza il fatto che i risultati ottenuti dal Rose non potevano avere un valore generale data la grande differenza esistente, in quanto al fabbisogno di aminoacidi, nei diversi soggetti in esperimento, (differenza addirittura, in certi casi, del 100% !), come anche in ordine alla diversa capacità di sintesi. Tali critiche serrate indussero finalmente il Rose ad ammettere che i risultati da lui ottenuti dovevano essere ritenuti validi “limitatamente alle “condizioni sperimentali” e, a proposito delle obiezioni riguardanti le diverse capacità di sintesi, dichiarò che i suoi esperimenti avevano solo il carattere di un “tentativo di valutazione” (concetto da lui espresso con la famosa frase “strickly tentative values”).
Nonostante tali pesanti limiti ed i conseguenti interrogativi sulla validità dei predetti esperimenti, oggi in pratica tutta la dietologia ufficiale “continua assurdamente ad accettarne i risultati”, come constata uno dei maggiori nutrizionisti italiani, il prof. Gino Secchi. Che dire di questa assurda situazione?.
Peraltro, nell’alimentazione ordinaria le proteine si completano tra di loro ed inoltre il loro valore reale è condizionato dalla compresenza sinergica di vitamine (essenziali per l’assorbimento delle proteine), enzimi e sali minerali.

 Da aggiungere che nel 1951 fu introdotto un nuovo mezzo di valutazione, chiamato “Essential Amino Acids Index” (indice degli aminoacidi essenziali, in sigla EAAI), con il quale si utilizza la composizione chimica in aminoacidi delle proteine per formulare un giudizio sul valore biologico delle proteine prese in esame. Praticamente, facendo uguale a 100 la composizione in aminoacidi delle proteine dell’uovo, si rapporta a tale dato il contenuto in aminoacidi essenziali delle varie altre proteine.
- La International Society for Research ori Nutrition and Vital Statistics (Società Internazionale di ricerca sulla nutrizione e statistica sulla vita), che conta circa quattrocento membri tra medici, biochimici, nutrizionisti e naturalisti, nel Congresso tenuto a Los Angeles nel 19v0, proclamò la necessità di una revisione radicale delle tabelle, oggi in uso, dei fabbisogni presunti di proteine da parte dell’uomo, essendo ormai maturata la necessità di riesaminare tutto alla luce di più moderne acquisizioni.
- E’ necessario a questo punto sottolineare che TUTTE le sostanze nutritive si formano nel regno vegetale, anche LE PROTEINE, a cominciare naturalmente dagli aminoacidi che le costituiscono, COMPRESI. QUINDI GLI AMINOACIDI ESSENZIALI. Le proteine passano con gli alimenti, nel corpo degli animali, e si scindono, come si disse. nei vari aminoacidi costituenti per poi ricostituire le “proteine specifiche proprie di ogni animale”: questo avviene sia direttamente (mangiando i vegetali) sia indirettamente (mangiando corpi di animali che si nutrivano di vegetali).
- Sono le piante, quindi, che fabbricano gli aminoacidi, partendo, come si vide, dall’aria, dall’ acqua e dalla terra: SENZA LE PIANTE NON POTREBBE ESISTERE VITA ANIMALE SULLA TERRA. Si vide anche – è bene ripeterlo ! – che, studiando il ciclo dell’azoto, si comprende come le piante riescono a costruire prima gli aminoacidi e, con questi, poi le proteine, partendo da azoto inorganico, che riescono ad “organicare”.
- Comunemente il “valore biologico” delle varie proteine alimentari si ritiene possa essere più compiutamente espresso dal cosiddetto “indice di utilizzazione netta proteica” (indicato con la sigla N.P.U.) che. tenendo conto della digeribilità delle proteine, intende esprimere la percentuale di proteine realmente utilizzata dall’organismo, essendo questo in fin dei conti il dato che interessa.
Secondo la medicina ufficiale l’N.P.U. di un alimento sarebbe tanto più alto quanto più il modello degli aminoacidi delle sue proteine è vicino a quello umano; non solo, ma si sostiene – sempre dalla medicina ufficiale – che affinché gli aminoacidi (derivati dalla scissione delle proteine ingerite) possano effettuare poi la sintesi delle proteine umane, le proteine ingerite dovrebbero contenere in partenza TUTTI gli 8 aminoacidi “essenziali” e nelle stesse proporzioni in cui si trovano nelle proteine umane; si sostiene ancora – se ne è già accennato – che solo le proteine della carne e dei sottoprodotti animali (uova, latte e derivati dal latte) sarebbero “complete” nel senso sopraddetto e qualitativamente adatte alla nutrizione ottimale dell’uomo, mentre quelle vegetali sarebbero proteine incomplete perchè carenti di uno o più aminoacidi essenziali.
Cosicché furono battezzate “nobili” le prime e declassate come inferiori””plebee !” (commento dell’autore del presente lavoro). le seconde.
Ebbene, le suddette valutazioni sono da considerarsi errate. Per le seguenti ragioni.
Premesso che la digeribilità e l’assorbimento delle proteine vegetali sono eccellenti specie se sono ingerite crude (cioè senza che abbiano subito l’azione sicuramente deleteria della cottura) è assurdo ritenere che le proteine animali debbano essere preferite per il fatto che esse sono (ovviamente, dato che l’uomo è un animale) più simili a quelle del corpo umano di quelle vegetali. Harvey Diamond così commenta tale rozza ipotesi della medicina ufficiale: “In realtà questo sarebbe un ottimo motivo per mangiare il proprio vicino, ma persino il più inveterato divoratore di carne troverebbe questa prospettiva abbastanza ripugnante”; naturalmente – commento dell’autore del presente lavoro -”i dietologi dovrebbero, come logica conseguenza, consigliare l’antropofagia”.
D’altra parte esistono innumerevoli vegetariani che, assieme ad un crescente numero di vegetaliani, godono ottima salute, ciò che non si può dire di moltitudini di uomini carnivori. Osservando poi il restante mondo animale, si constata che gli animali più forti e che da secoli l’uomo utilizza per la loro forza e la loro resistenza fisica (buoi, cavalli, asini. muli, cammelli, bufali, elefanti, ecc.) si nutrono solo di vegetali, dalle cui proteine ricavano tutti gli aminoacidi necessari alla costruzione delle loro proteine specifiche.
 Il GORILLA, che si nutre anch’esso di soli vegetali e che è anatomicamente e fisiologicamente assai vicino all’uomo, ci offre, allo stesso fine, un altro esempio mirabile; ce ne parlano a lungo i due autorevoli primatologi John Aspinal (direttore del Centro londinese di ricerche sui gorilla) e Adrien De Schryver.
- I fatti, quindi, ci dicono che per vivere in buona salute e mantenersi in forma non è necessario mangiare nè carne (neanche quella di pesce, naturalmente) nè sottoprodotti della vita animale [latte (e derivati) e uova]. Il buon senso e la logica elementare dovrebbero a questo punto suggerire che l’importanza e l’eloquenza dei fatti dovrebbero contare più delle ipotesi o delle costruzioni teoriche, specie quando, come nel nostro caso, si può facilmente constatare che diventando vegetariani effettivamente la nostra salute migliora. Ed è proprio alla luce dei fatti che la faccenda di questi aminoacidi `’essenziali” appare alquanto strana e comunque, “discutibile”, per cui la problematica derivata e poi “imposta” dalla loro pretesa “essenzialità” è tutta da verificare, come da più parti, anche molto autorevoli, sempre più insistentemente si richiede. In conclusione, la teoria degli aminoacidi essenziali si configura sempre più come un autentico “mito” ! Sebbene tale teoria trovi ancora spazio nella nutrizionistica ufficiale, si può facilmente prevederne il prossimo crollo giacchè molte affermazioni teoriche che riguardano questi composti sono in stridente contrasto con i fatti reali: si insiste, fra l’altro, a sostenere la validità del concetto della utilizzazione proteica netta (N.P.U.) di cui prima s’è parlato (e che è pur sempre basata sugli aminoacidi essenziali).
- Si è vista inoltre la necessità della designazione di una “proteina di riferimento”; in poche parole, per potere giudicare sulla completezza o meno di una proteina, cioè sul suo cosiddetto
”valore biologico” occorreva confrontare gli aminoacidi in essa presenti con quelli presenti in una proteina “campione” o, come si suol dire “di riferimento”. Già il Rose – s’è detto prima – aveva scelto il triptofano come “aminoacido di riferimento”, ma poi dei biologi decisero di ampliare tale metodica e di riferirsi ad una proteina e a questo scopo i comitati di esperti congiunti FAO-OMS rimasero dubbiosi se creare un “campione-modello” teorico (la ricorrente tentazione delle costruzioni teoriche !) oppure riferirsi ad una proteina realmente esistente. Prevalse questa seconda tesi, ma questo però non migliorò molto le cose in quanto, avendo poi deciso di scegliere tra una triade di proteine (del latte umano, del latte vaccino e dell’uovo) non fu adottata una decisione univoca e così tuttora si impiegano riferimenti diversi, con conseguenti frequenti occasioni di equivoci.
Tuttavia i consensi più numerosi furono per la proteina dell’uovo, ritenuta tra le più idonee a soddisfare le necessità plastiche dell’organismo umano: in pratica, facendo uguale a 100 la composizione in aminoacidi dei protidi dell’uovo e attribuendo a tali protidi il più alto valore biologico (97), si rapporta a questa il complesso degli aminoacidi cosiddetti “essenziali” contenuti nelle varie proteine: il risultato di tale rapporto percentuale è, appunto. il “valore biologico”, detto anche “indice chimico”.
”A questo metodo – commenta il Secchi – bisogna dare un valore relativo e teorico poiché si ritengono fra loro equivalenti i valori dei vari aminoacidi essenziali. i quali, però, in realtà non presentano caratteri di sostituibilità reciproca. Anche questo rapporto non può quindi avere un valore puramente orientativo”. Nè c’è da meravigliarsi per tale mancanza di certezze perchè da una base così incerta e inaffidabile quale è la teoria degli aminoacidi essenziali, non possono che derivare risultati egualmente incerti.
Aggiungiamo che si usano anche, come sistemi di valutazione:
- il valore biologico vero e proprio (VB), cioè la quantità di azoto proteico che, assorbito, viene trattenuto nell’organismo per i bisogni di conservazione e di crescita
- la digeribilità di una proteina (D), cioè I’azoto realmente assorbito
- l’indice di “utilizzazione netta proteica” (NPU), che è il prodotto del valore biologico per la digeribilità
- Per la nutrizione dei lattanti la proteina di riferimento adottata comunemente è quella del latte umano. Comunque, nel 1974 il National Research Council propose alla classe medica un artificioso modello di aminoacidi essenziali “purificati” (Food and Nutritional Board: Recommanded Dietary Allowances, Sth Rev.Ed., Washington) nel quale figurano le presunte quantità necessarie (all’uomo) dei diversi aminoacidi essenziali, tre dei quali (triptofano, lisina e metionina) si comporterebbero come aminoacidi “limitanti”. Per comprendere il significato dell’aggettivo “limitante”, basta pensare che anche in una proteina “completa” gli aminoacidi “essenziali” possono essere presenti in percentuali diverse e l’aminoacido che è presente in minore quantità assume le funzioni di fattore limitante e quindi il nome di aminoacido “limitante”, nel senso che tutti gli altri aminoacidi necessari a formare la nuova proteina verrebbero utilizzati non in proporzione alla loro presenza percentuale reale, ma in rapporto alla quantità dell’aminoacido “essenziale” riscontrato in minore quantità. Pertanto, la nuova proteina verrebbe prodotta solo finché dura la scorta dell’aminoacido presente in minore misura e se un aminoacido “essenziale” manca totalmente gli altri resterebbero inattivi per le produzioni successive pur essendo egualmente utilizzati a scopo energetico. Si esporrà più avanti una motivata critica di questa tesi. Tenendo presente il modello proposto dal Food and Nutritional Board accennato nello stelloncino precedente, i suddetti tre aminoacidi “limitanti”, se riscontrati a sufficienza negli alimenti, dovrebbero costituire la condizione indispensabile perché le proteine, contenendo tutti gli altri aminoacidi essenziali, possano dirsi “complete”.
Va da sé che applicando questo modello risultano favoriti i cibi di origine animale in quanto, come già si disse, questi contengono, ovviamente, gli aminoacidi cosiddetti “essenziali” più o meno nelle stesse proporzioni che si riscontrano nel corpo dell’animale uomo.
Risulta ormai chiaro da quanto succintamente detto finora che la teoria degli “aminoacidi essenziali”, la “teoria dell’aminoacido limitante” e la teoria della “utilizzazione netta proteica” sono tre autentici “miti”; secondo alcuni studiosi addirittura dei “FALSI PREMEDITATI” che se acriticamente applicati portano in pratica alla valorizzazione alimentare dei prodotti animali, tutelando così di fatto, i grossi interessi economici legati a filo doppio al carnivorismo, interessi che ovviamente, da una diffusione del vegetarismo riceverebbero danni certi. 
Si pensi solo agli allevatori e ai commercianti di bestiame, ai fabbricanti di salumi, alle industrie dei farmaci per la zootecnia, alle catene delle macellerie, all’industria della pesca, ai mattatoi, ai cacciatori e relative industrie di armi da caccia, all’industria della surgelazione di carnami e di prodotti ittici, ecc, ecc.: un complesso imponente di poteri economici multinazionali, quindi politici (specie se a livello di lobbies)!
- Naturalmente, accanita difesa di questi “miti”, artificiosamente tenuti in vita, si avvale anche dell’opera, certo non disinteressata, di clinici e medici prezzolati che tentano di ammantare di “scientificità” la tutela, invece, di interessi economici inconfessabili, perseguita “cinicamente” a spese della salute umana. Insomma, tutto sembra si possa ridurre ad una plateale questione di marketing, che si tenta di camuffare con argomentazioni che fanno acqua da tutte le parti. Comunque le suddette teorie, già qualificate come autentici “miti”, possono anche essere dovute, in una parte della classe medica, a semplice disinformazione. Occorre ancora aggiungere ad onor del vero che negli ambienti più seri della stessa medicina ufficiale il mito degli aminoacidi “essenziali” (sul quale si basano, a ben guardare, gli altri “miti” sopra citati) è agli sgoccioli in quanto a credibilità; in certi casi si è ai limiti della totale incredulità. Potremmo fare molti esempi di tale orientamento di dissociazione dalle teorie ufficiali. Per brevità ci limitiamo a riportare l’opinione del noto clinico italiano prof. Carlo Sirtori il quale già nel 1975 così si esprimeva: “Un tempo si riteneva che 8 fossero gli aminoacidi “essenziali”, cioè 8 quelli che dovevano essere necessariamente introdotti con i cibi, pena la cattiva costruzione dell’organismo, la sua labilità, la sua facilità ad ammalare. Ma le ultime ricerche dimostrano che sono solo due questi aminoacidi “essenziali” e precisamente la treonina e la lisina. Questi dati sconvolgono le basi teoriche dell’alimentazione e annullano i vecchi principi.
Una altro fatto importante è che agli aminoacidi si dà oggi meno importanza che un tempo” (“Vita e Salute n. 277 – gennaio 1975).
- Occorre ancora tener presente che non si può tracciare uno spartiacque netto tra aminoacidi essenziali e non essenziali; un aminoacido può risultare essenziale per un determinato organismo e non per un altro, oppure essere essenziale per il periodo di crescita e non per il mantenimento in vita di un individuo già adulto. Inoltre è stato accertato che gli aminoacidi non essenziali sono “determinanti” nell’accrescimento. La cisteina, aminoacido non essenziale, può per esempio, sostituire sino ad un sesto della metionina, che è indispensabile per un accrescimento normale; ancora, la fenilalanina, aminoacido essenziale, può essere sostituita per il 50% dalla tirosina, non essenziale.
Tra tutti gli aminoacidi essenziali quello con più marcato carattere di essenzialità sembra essere la lisina.
- Si scelsero le proteine dell’uovo e del latte (umano o vaccino) come “proteine di riferimento” (o “standard di riferimento”, come anche si usa dire) perché le suddette proteine furono considerate “complete”, ricche di aminoacidi essenziali e facilmente digeribili. 
Ma anche le proteine della soia furono qualificate “complete” in quanto il loro modello di aminoacidi è molto vicino a quello del latte. Alle proteine di riferimento dell’uovo e del latte si fanno seguire le proteine della carne (compresa quella di pesce), considerate, assieme alle prime, “di alto valore biologico”. Il che non significa, sul piano pratico, che è indispensabile utilizzare questi alimenti per effettuare un approvvigionamento proteico sufficiente sul piano nutrizionale. Tale sufficienza può essere infatti ottenuta anche mediante cibi unicamente vegetali, opportunamente miscelati affinché le carenze (vere o supposte) di un alimento possano essere compensate dall’altro; la validità del vegetarismo si basa anche su questa possibilità, sebbene a questo fine non ci sia bisogno di prendere troppo in considerazione la presenza o meno di questi fantomatici aminoacidi essenziali in quanto il concetto del “valore biologico” di un alimento deve basarsi su criteri molto diversi e molto più semplici e lineari, come più innanzi si dirà.
Il noto biologo Henri Dupin, a proposito degli aminoacidi essenziali” che sarebbero contenuti – sempre secondo la medicina ufficiale – nella carne, osserva che questa affermazione nacque anche in seguito ad indagini effettuate su pletorici grandi mangiatori di carne e/o su individui sottonutriti e mai su individui normali, per cui le conclusioni a favore dell’uso della carne sono poco attendibili.
Più importanti sono certamente le opinioni espresse su questo tema, così basilare, della carne “ricca di aminoacidi essenziali” da Hindlede, Richet, Oudinot, Simonet, Lederer, Durville, Dextreit, Désiré Mérien, Mosseri, Carton. Alin Kelso, ecc., i quali concordano sui seguenti punti:

1 – le indagini della medicina ufficiale sono state condotte su soggetti praticanti un regime onnivoro. per cui i risultati di tali indagini vennero certamente influenzati da questo tipo di dieta

2. – i bisogni dell’organismo relativi ad ognuno degli amminoacidi essenziali, allo stato attuale delle ricerche, non sono stati ancora ben precisati perchè le basi sperimentali relative sono assai discutibili (Lederer) e quindi su di esse non ci può essere consenso

3. – i rarissimi casi di carenze proteiche si debbono attribuire o a scarse capacità digestive o/e a deficiente assorbimento dei prodotti della digestione e non ad una insufficienza di proteine nella razione alimentare.
4. – i vegetaliani (vegans), pur avendo eliminato dalla loro dieta ogni alimento di origine animale, presentano uno sviluppo fisiopsichico e un tono muscolare del tutto normali dimostrando così che l’uomo può o sintetizzare anche codesti aminoacidi essenziali o essenziali o ricavarli da alimenti vegetali. le cui proteine li contengono; così come fanno gli erbivori che sviluppano potenti muscolature senza nutrirsi di cibi di origine animale. Vengono, anche così, radicalmente smentite le affermazioni della medicina ufficiale sulla pretesa indispensabilità di proteine animali. 
E’ ormai accertato che le proteine della frutta e degli ortaggi che usualmente nutrono vegetariani e vegetaliani contengono tutti gli aminoacidi cosiddetti “essenziali” (oltre ai più importanti aminoacidi non essenziali), come evidenziato nel seguente prospetto.
Tuttavia, la nutrizionistica ufficiale osserva che nelle proteine della frutta e degli ortaggi qualche aminoacido essenziale, essendo scarsamente presente, diventa “fattore limitante” del valore biologico di quelle proteine; ad esempio. nell’uva l’aminoacido limitante sarebbe l’isoleucina, nella pesca il triptofano, ecc.. Naturalmente, se questo fosse vero, l’efficacia trofica del complesso aminoacidico di quel frutto o di quell’ortaggio dovrebbe risultare insufficiente e dar luogo a turbe e a carenze nello sviluppo dei crudisti in genere e dei fruttariani in particolare; ma, invece, non sono tali conseguenze negative non si sono mai verificate, ma vecchie patologie, laddove esistevano, sono scomparse essendosi determinato un generale e deciso miglioramento della salute. Questo significa che tale “osservazione” della nutrizionistica ufficiale è priva di fondamento scientifico e lo dimostrò E.J.Nasset, la cui scoperta. prima riportata, permette di confermare appieno la completezza e la sufficienza nutrizionale della dietetica vegetariana, imperniata, per quanto attiene all’approvvigionamento proteico, sul ricorso alle sole fonti vegetali
5 – per quanto attiene all’elevato grado di assorbimento dei prodotti della digestione della carne, si pretende comunemente che ciò costituisca una fatto positivo, cioè a favore dell’alimentazione carnea. Ma Désiré Mérien ci mette in guardia da tale semplicistica deduzione e propone opportunamente una diversa interpretazione e cioè che il corpo umano cerca di sbarazzarsi assai rapidamente, mediante l’aumento del grado di assorbimento, proprio di quelle sostanze che lo stesso corpo avverte come dannose e che pertanto si sforza così di avviare rapidamente agli emuntori.
Se ne ha una prova osservando gli animali carnivori i quali sono naturalmente provvisti , come è noto, di caratteristiche anatomiche e fisiologiche finalizzate alla eliminazione quanto più rapida possibile, del cibo cadaverico ingerito, evidentemente perché questo si comporta come tossico nonostante sia stato assunto a scopo nutrizionale. Siamo quindi di fronte ad una norma biologica generale ? Parrebbe di sì; ne è convinto anche l’autore del presente lavoro, il quale osserva (a conferma della interpretazione di Désiré Mérien) che ingerendo, non solo la carne, ma un qualsiasi altro tossico (ad. es. una forte dose di caffeina) gli emuntori vengono rapidamente attivizzati: aumentano soprattutto i moti peristaltici intestinali e l’escrezione renale. E’ noto, del resto, che molte persone assumono il caffè per ovviare alla stipsi, ottenendo quasi sempre l’effetto desiderato. In sostanza, l’organismo si sbarazza di una sostanza (la caffeina) avvertita dal corpo come tossico, e, assieme alla caffeina, viene espulsa anche, come si voleva, una parte del contenuto intestinale.
Il discorso potrebbe utilmente ampliarsi, fornendoci buoni motivi di riflessione e forse nuove chiavi di interpretazione della nostra ancora poco nota fisiologia !
6 – sempre a proposito della digeribilità della carne, a favore di questo alimento si porta spesso l’esempio degli eschimesi, che si cibano quasi interamente di carne di pesce e di carne di renna. C’è a tal riguardo da osservare anzitutto che essi mangiano, è vero, molto pesce, ma crudo e cominciando però dai vegetali, alghe e licheni, contenuti negli intestini dei pesci e delle renne rispettivamente, assicurandosi, così, l’apporto vitaminico necessario per sopravvivere (le renne, peraltro, si nutrono di licheni). Altre cose importanti da notare sono che gli eschimesi vivono al massimo sino a 50 anni, che dalla trentina in su sono soggetti a malattie degenerative e, infine, che sono caratterizzati da un bassissimo livello intellettuale e da una impressionante assenza di ogni manifestazione culturale.
7 – Il ben noto medico Paul Carton confuta l’affermazione di una parte ancora cospicua della classe medica ufficiale che continua a sostenere la superiorità delle proteine animali, attribuendola alla loro ricchezza in aminoacidi “essenziali” e al fatto che l’analisi chimica di urine e feci rivelerebbe un assorbimento delle proteine animali superiore a quello delle proteine vegetali, e giudica la surriferita affermazione “del tutto secondaria, teorica e in definitiva trascurabile in quanto non tiene conto dell’alto grado di tossicità della carne, dato, questo, enormemente più importante del grado di assorbimento. Ricordiamo che a furia di non tener conto del grado di tossicità di ciò che ingeriamo, si è giunti a ritenere assurdamente che financo l’alcool è un alimento!” Carton conclude che “la scienza nutrizionale moderna si limita alla arida biochimica, ignorando deliberatamente le energie vitalizzanti e quelle devitalizzanti presenti nei diversi alimenti”.
”D’altra parte – sostiene ancora Carton – non è vero che tutti i cibi animali sono facilmente digeribili: ad esempio tutti gli organi interni (fegato, cervello, reni. animelle, cuore, ecc.) sono molto indigesti e provocano gravi malanni, come artritismo, colesterolemia, calcoli biliari e renali, ecc.”
Alin Kelso partendo dalla considerazione che gli alimenti “naturalmente” adatti all’uomo presentano un grado assai elevato sia di assorbimento che di digeribilità (si riferisce alla frutta), sottolinea il fatto, ben noto, che i frutti dolci sono molto più digeribili, assorbibili ed assimilabili della carne e dei sottoprodotti animali. che peraltro, come si vedrà più tardi, si possono considerare sostanze tossiche per l’uomo.
- Il modello di aminoacidi poc’anzi qualificato come artificioso è tale anche perché non sempre il valore biologico corrisponde automaticamente al contenuto in aminoacidi “essenziali” rivelato dall’analisi chimica.
Avviene infatti frequentemente che tali aminoacidi, pur essendo presenti, non sono disponibili sul piano fisiologico perché i legami che li tengono uniti al resto della molecola proteica sono così forti da resistere agli enzimi digestivi che dovrebbero renderli liberi e quindi disponibili; pertanto tali aminoacidi non possono essere utilizzati. Interessante notare che questa inscindibilità oltre che essere inscritta nella struttura naturale originaria, può essere acquisita, cioè può sopravvenire a causa di uno o più dei seguenti tre fattori: a) riscaldamento eccessivo [cottura (specie ad alta temperatura), torrefazione, abbrustolimento]; b) prolungato periodo di conservazione (si pensi ai surgelati e ai liofilizzati !); c) azione (per effetto di meccanismi non ancora ben chiariti) di alcuni glucidi, specie del saccarosio (zucchero industriale), dal quale occorre difendersi data la sua tossicità (l’industria conserviera ne è invasa !).
Da sottolineare in particolare l’azione della elevata temperatura sulla molecola proteica, azione radicalmente negativa sul piano nutrizionale. Le proteine -,come già accennammo – coagulano, ma questo è solo l’aspetto macroscopico. Tale coagulazione comporta, infatti, modifiche strutturali profonde, praticamente irreversibili, che conducono alla “denaturazione radicale” delle proteine stesse.
La mitologia della nutrizione dell’uomo – si badi bene – non si limita solo al mito degli aminoacidi essenziali testé illustrato; essa è immensa e per di più complicata purtroppo da abitudini e pregiudizi acquisti culturalmente, per cui si vengono a creare, a causa di tali miti, delle vere e proprie “psicosi collettive”.
Passare in rassegna in questo lavoro tutti gli altri numerosissimi miti che il potere deliberatamente “inventa” per dominarci attraverso una alimentazione che intossica il nostro corpo e quindi il nostro cervello (e lo rende, così, incapace di capire) è impresa che ci obbligherebbe ad aggiungere altre centinaia di pagine al testo del presente lavoro.
Per il momento, ci limitiamo a riportare quanto sui tre principali miti riguardanti le proteine ha sinteticamente scritto T.C.Fry. T.C.Fry è direttore dell’Americana Health Sciences Institute”. Dirige la rivista Healthful Living, pubblicata dal “Life Science Institute”. E’ autore di vari libri, tra cui “I Live on Fruits”. Da più di 20 anni si nutre prevalentemente di frutta. Vive a Manchaca (Texas). 

”Si tenga anzitutto presente – dice Fry – che i miti sulle proteine sono per la maggior parte creati ed alimentati da forti interessi economici, finalizzati allo smercio di proteine animali, cioè di carne, latte, uova e derivati del latte. Si rilegga quanto a tal proposito scrivemmo nella “Presentazione” ed in particolare nel sottocapitolo “I venditori di proteine animali”. di proteine animali”

I tre principali miti sulle proteine sono:
MITO N. 1. – PER GODERE BUONA SALUTE BISOGNA MANGIARE CARNE. Tale mito nasce dall’assunto che la migliore fonte di proteine sia la carne in quanto conterrebbe gli aminoacidi necessari nella forma più assimilabile possibile. Questa asserzione fu fatta propria financo da un eminente cosìddetto “scienziato dell’alimentazione”, Fredericks Carlton, il quale sosteneva addirittura che quanto più la composizione della carne è vicina a quella umana, tanto più è salutare per noi. Ovviamente questo è un validissimo argomento a favore del cannibalismo !
Simili argomenti vanno naturalmente a vantaggio solo degli industriali della carne. E’ risaputo infatti che gli esseri umani sono anatomicamente e fisiologicamente adatti ad una dieta composta da frutta, ortaggi e, secondo alcuni studiosi, anche di semi (genericamente indicati con il termine “noci”). Tuttavia, questa fondamentale ed indiscutibile verità scientifica, malgrado la sua evidenza, è ignorata, anzi negata, da quei curatori di interessi commerciali che sfoggiano la altisonante qualifica di “cultori di scienze alimentari”.
Certamente, se la popolazione fosse informata adeguatamente, si porrebbe fine a tale sconcio mercato; del resto, nemmeno gli animali carnivori possono vivere di sola carne. Per gli uomini, comunque, la carne risulta essere sicuramente patogena. I carnivori allo stato selvaggio consumano anche molti frutti e germogli, i gatti mangiano delle graminacee particolari, un cane nutrito solo con carne deperisce rapidamente e alla fine muore: specie se la carne è cotta.
MITO N 2 – IN OGNI PASTO DEBBONO ESSERE PRESENTI TUTTI GLI AMINOACIDI ESSENZIALI. Anche questa affermazione è assurda. Essa si basa soprattutto sulla teoria, inaccettabile. dell’aminoacido cosiddetto “limitante”.
MITO N. 3 – UNA DIETA ALTAMENTE PROTEICA E’ SALUTARE PER L’UOMO, IL CUI CORPO HA BISOGNO DI UN GRAMMO PER OGNI CHILOGRAMMO DI PESO CORPOREO. NATURALMENTE OGNI 24 ORE. In realtà, il corpo umano richiede invece un grammo giornaliero di proteine per ogni due chilogrammi di peso, riferendosi ad un uomo adulto che espleta un lavoro di medio impegno. AI reale fabbisogno di proteine abbiamo dedicato un intero capitolo; ad esso rimandiamo.

Un fabbisogno di un grammo per ogni chilogrammo di peso può ritenersi forse necessario solo per un neonato, caratterizzato, come si sa, da un rapido accrescimento (raddoppio del peso nei primi sei mesi).
Sostenere la necessità di una dieta altamente proteica anche per gli adulti significa in sostanza legittimazione (certamente non scientifica) di pratiche alimentari altamente patogene e delle quali purtroppo molti popoli della Terrà sono vittime, soprattutto gli statunitensi (USA).
H. M. Shelton, a conclusione di una lunga trattazione dell’argomento “aminoacidi essenziali”, nel suo libro “La scienza e la raffinata arte del cibo e nella nutrizione” sostiene che `’la distinzione fra aminoacidi essenziali e non essenziali è illusoria in quanto l’organismo riesce ad avere tutti gli aminoacidi che gli servono tramite il cibo; tutti gli alimenti, senza alcuna eccezione, contengono gli aminoacidi essenziali”.
Attribuendo ai singoli aminoacidi capacità preventive e curative e comunque la capacità di influire sulla fisiologia umana beneficamente, alcune industrie farmaceutiche (specie giapponesi e statunitensi) li hanno isolati e lanciati sul mercato, affermando di averli “sperimentati”, senza precisare come (di solito, s’intende. sui topi!).
Si sono così attribuite alcune proprietà ai seguenti aminoacidi (si citano solo le proprietà di maggior rilievo) :
• tirosina : proteggerebbe dallo stress e dalla depressione
• lisina : migliorerebbe le prestazioni intellettuali e svolgerebbe una azione antianemica
• arginina: disintossicherebbe
• metionina: regolarizzerebbe la attività cardiaca
• valina, leucina e isoleucina, considerati “aminoacidi ramificati” (branched chain-aminoacids, in sigla BCAA), commerciati sotto il nome di “integratori proteici” : favorirebbero le prestazioni sportive. Di questi aminoacidi tratteremo approfonditamente nel cap. IV, nel quale si parlerà del rapporto tra proteine e sport; ad esso, per non ripeterci, rimandiamo il lettore.
• triptofano: curerebbe l’insonnia e agirebbe come antidolorifico e come antidepressivo

Il lettore attento si sarà accorto che nella suddetta elencazione ci si esprime al condizionale, quasi a dubitare dell’efficacia terapeutica dei singoli aminoacidi. Ciò deriva dal fatto che le informazioni sulle pretese proprietà curative (addirittura “preventive”) di codesti aminoacidi isolati provengono prevalentemente da fonte “sospetta”, cioè proprio dalle industrie farmaceutiche che li producono e che li lanciano poi sul mercato con il compiacente avallo “scientifico” di qualche nome altisonante della medicina ufficiale.

C’è, in effetti, da parte di alcuni scienziati e ricercatori seri ed onesti, una crescente diffidenza nei riguardi del ricorso agli aminoacidi isolati, anzi si va facendo strada la convinzione della loro dannosità a causa di non indifferenti effetti collaterali che – secondo alcuni – possono costituire gravi rischi per la salute. E c’è anche chi sostiene addirittura che gli aminoacidi isolati non svolgono alcuna attività biologica, né preventiva, né curativa o di altro genere e che affermare il contrario è quindi un “bluff” a fini commerciali.

In realtà, se proprio si volesse ricorrere ad “integratori”, bisognerebbe bandire quelli, venduti nelle farmacie, costituiti da aminoacidi puri e che si cerca di fare acquistare con una pubblicità menzognera che cerca di ingenerare la paura di “rischi di carenze”, il più delle volte inesistenti; al loro posto si potrebbero usare alimenti sani e naturali, forniti di tutti gli aminoacidi utili, che agiscano nell’unica maniera efficace, cioè “sinergicamente”.

Questo suona come una ulteriore conferma della necessità di una visione “olistica” dei fenomeni biologici in genere, specialmente in quelli connessi con l’alimentazione umana, quindi anche della biochimica delle proteine. Codesta “visione olistica e sinergica” è così importante che ad essa abbiamo dovuto dedicare l’intero secondo capitolo del presente lavoro.

Si è detto e ripetuto che l’organismo umano è capace di sintetizzare gli aminoacidi non essenziali. Ferma restando la raggiunta consapevolezza che tutta la teoria degli aminoacidi essenziali è semplicemente un mito che serve gli interessi dei sostenitori di una alimentazione umana basata sulle proteine animali, necessita tuttavia spiegare COME tale sintesi endogena avviene.

Passiamo, quindi, in breve rassegna, alcune risposte a tale importante quesito:

• H. Shelton dice: “Si ritiene che gli aminoacidi non essenziali siano fabbricati apparentemente ossidando gli aminoacidi essenziali, a meno che non vengano assunti attraverso gli alimenti- (“La scienza e la raffinata arte del cibo e della nutrizione”, pag. 37).

• L.Travia, nel suo “Manuale di scienza dell’alimentazione” – ed. Il pensiero scientifico – Roma. 1967 – attribuisce al processo di transaminazione un valore -fondamentale per la sintesi endogena degli aminoacidi”.

• Purves, Orians, Heller – Corso di biologia – Zanichelli – Bologna 1989: “Gli animali possono sintetizzare nuovi aminoacidi a partire da catena carboniose e da gruppi aminici -NH2 ricavati da altri aminoacidi presenti nell’organismo”. (Si ribadisce in sostanza l’importanza basilare della transaminazione).

• M. Salustri – Fondamenti dell’alimentazione vegetariana – Giannone- Palermo, 1985: “L’organismo è capace, tramite le aminotrasferasi. _. trasferire il gruppo amminico di un aminoacido sullo scheletro carbonìoso `: un chetoacido. Durante l’accrescimento è bene che siano disponibili tutti gli amminoacidi, essenziali e non, in quanto l’organismo tende a sottrarsi

all’aggravio metabolico della sintesi endogena degli aminoacidi che non consentirebbe uno sviluppo ottimale”.

• H.C.Sherman – Problemi essenziali della nutrizione – Ed. scientifiche italiane – Napoli, 1948 : “Gli aminoacidi superanti la richiesta per le funzioni specifiche di costruzione o riparazione delle proteine corporee, vengono deaminati, perdono cioè il loro gruppo aminico -NH2, ed i frammenti che rimangono vengono bruciati per dare energia, o convertiti in grasso corporeo. Il corpo può sintetizzare alcuni aminoacidi cosiddetti indispensabili. Gli aminoacidi essenziali possono essere usati come generatori di altri aminoacidi, quelli non indispensabili”.

• H. e M. Diamond – In forma per la vita – Sperling e Kupfer – Milano. 1987 :”Non lasciatevi confondere le idee sul problema degli aminoacidi: i discorsi sulla necessità di mangiare tutti gli aminoacidi essenziali in un solo pasto, o per lo meno in una sola giornata, non sono altro che sciocchezze ed oggi sono numerose le prove che attestano l’infondatezza di tale presunta necessità. DALLA DIGESTIONE DEGLI ALIMENTI E DAL RICICLAGGIO DELLE SCORIE PROTEICHE IL NOSTRO ORGANISMO ATTINGE I DIVERSI AMINOACIDI che circolano nei sistemi sanguigno e linfatico. Quando il corpo ha bisogno di aminoacidi non deve fare altro che attingerli dal sangue o dalla linfa. Questa provvista disponibile, in continua circolazione nell’organismo, è nota come POOL di aminoacidi. E’ come una banca aperta 24 ore su 24; il fegato e le cellule continuano a depositare e a prelevare aminoacidi, a seconda della loro concentrazione nel sangue. Quando il quantitativo è elevato il fegato li assorbe e li immagazzina fino al momento del bisogno.

Ma anche le cellule hanno la capacità di accumulare aminoacidi sintetizzando più proteine di quante necessitano per la loro stessa vita, per cui esse possono riconvertire le loro proteine in aminoacidi e depositarli nel pool”.

Occorre liberarsi della mitologia che si è andata creando sulle proteine. VI SONO MOLTI TIPI DI FRUTTA E DI ORTAGGI CHE CONTENGONO TUTTI GLI AMINOACIDI NON PRODOTTI DALL’ORGANISMO, PER­ CUI MANGIANDO REGOLARMENTE FRUTTA E ORTAGGI SI INGERISCONO TUTTI GLI AMINOACIDI DI CUI L’ORGANISMO HA BISOGNO PER CREARE LE PROTEINE NECESSARIE.

Fonte: https://docs.google.com/View?id=dcmrmgr5_68fcsksmgj

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5 Miliardi di Uomini disposti su una Scala Lunghissima – Prof. Armando D’ Elia

Prof. Armando D’ Elia

Per spiegare meglio ciò in cui credo riporto spesso questa frase del grande Armando D’Elia:

“Permettetemi di terminare con una mia riflessione, che può sembrare immaginifica, ma che ritengo fermamente ancorata ad un reale divenire in atto. Mi piace, cioè, immaginare gli attuali oltre 5 miliardi di uomini disposti su una scala lunghissima, ogni gradino della quale sia occupato da un essere umano. Oltre cinque miliardi di scalini. Tutti questi uomini sono impegnati nel “viaggio di ritorno all’alimentazione naturale”, viaggio lunghissimo, che dura già da parecchio. Ogni gradino rappresenta il punto al quale l’uomo che lo occupa è giunto nel faticoso recupero di tale alimentazione. Questo recupero è faticoso perché l’uomo deve superare pregiudizi, forza delle abitudini errate, ostilità, conformismi, suggestioni, tentazioni, disinformazione, cedimenti della volontà di andare controcorrente, ecc. E tuttavia tutto è in movimento e il ragionamento, completato e sostenuto dalla motivazione etica, subentrato al posto del soffocato istinto, fa perseverare l’uomo nell’azione di bonifica della propria alimentazione. A misura che un individuo realizza un sia pur modesto, o anche modestissimo, progresso alimentare o etico, passa da un gradino a quello superiore e poi da questo ad un altro ancora più alto, e così ancora. 
Mi piace anche pensare che le zone terminali superiori della scala siano occupate dai FRUTTARIANI che sono riusciti a coniugare, nell’alimento, la massima eticità con l’optimum dei bisogni naturali nutrizionali dell’individuo, essendo IL FRUTTO SUCCOSO E DOLCE L’ UNICO ALIMENTO ADATTO BIOLOGICAMENTE ALL’ UOMO.Tutti siamo, così, impegnati, chi velocemente, chi lentamente a liberarci da un’ALIMENTAZIONE IRRAZIONALE, ANTINATURALE e CRUENTA che CI HA PORTATO la violenza, la infelicità, l’odio, la sofferenza dovuta alle malattie, la morte prematura, la guerra, ecc. 
Siamo, quindi, tutti in viaggio, viaggio lunghissimo, lunghissimo….
Più alto è il gradino occupato in questa lunghissima scala da ognuno di noi, tanto più grande deve essere la nostra pazienza e la nostra comprensione nei riguardi di chi è ancora dietro di noi e che dobbiamo aiutare a salire, con amore, tanto più che c’è anche chi sta più avanti di noi e dal quale dobbiamo apprendere, con umiltà e con riconoscenza.

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Fruttariani e il Fruttarismo – Prof. Armando D’ Elia

FRUTTARIANI e il FRUTTARISMO

                                               Prof. Armando D’Elia

Per una corretta comprensione dell’argomento di questa relazione occorre fare uno sforzo su sé stessi: si devono, cioè, lasciare da parte tutte le teorie e le ipotesi sull’alimentazione dell’uomo preistorico che grosse forze economiche ed una scienza asservita al potere e al profitto hanno cercato di farci accettare a tutela di determinati interessi. Si deve invece cercare di dare risposte soddisfacentemente accettabili agli interrogativi che certamente suscita tale tema, utilizzando il buon senso, la logica elementare e i nostri orientamenti istintivi: sono, questi, tre semplici ma potenti strumenti di indagine di cui tutti disponiamo e che dobbiamo rivalutare ed usare con determinazione.

Occorre partire da un dato di fatto incontestabile: i nostri antichi progenitori non erano carnivori, non erano erbivori, non erano onnivori, erano semplicemente dei fruttariani e lo furono per moltissimi anni, i primi della loro esistenza. Essi, non ancora bipedi, vivevano sugli alberi della foresta, che dava loro L’ UNICO CIBO AL QUALE LA SPECIE UMANA è BIOLOGICAMENTE ADATTA, cioè la frutta succosa e dolce, che ancora oggi istintivamente appetiamo e cerchiamo da piccoli finché conserviamo i nostri sani istinti alimentari. Quindi noi tuttora nasciamo fruttariani, non ci sono dubbi, non ce ne possono essere, da bambini desideriamo e rubiamo la frutta, non la carne, non la verdura, essendo attirati unicamente dal cibo più confacente alla nostra struttura fisiopsichica e quindi nutrizionalmente ottimale, come L’ ANATOMIA COMPARATA, LA FISIOLOGIA COMPARATA ed altre discipline scientifiche comprovano.

Indubbiamente, PER OGNI SPECIE ANIMALE ESISTE UN CIBO ADATTO, più di qualsiasi altro, a quella specie e la frutta succosa e dolce è, appunto il cibo più adatto naturalmente alla specie umana.

Scientificamente questo è spiegabile facilmente dato che esiste una stretta relazione, profonda ed atavica, tra un certo tipo di alimento e la STRUTTURA ANATOMO-FUNZIONALE dell’animale che di esso si nutre; tale relazione costituisce garanzia di conservazione e di salute per quell’organismo, il quale, pertanto, è, ovviamente, attratto “istintivamente” da quello specifico alimento. Quell’organismo è, in conclusione, predisposto, per legge naturale, in modo ottimale, alla ingestione e alla digestione di quell’alimento soprattutto e più di ogni altro alimento.

La terminologia è importante; deve essere quanto più possibile esatta, per evitare confusioni, errori di valutazione, interpretazioni fuorvianti, conclusioni sbagliate.

Detto questo, ecco che sorge qui la necessità di fare chiarezza sulla differenza tra “fruttivoro” e “fruttariano” e tra “fruttivorismo” e “fruttarismo”.

Parliamone, quindi.

Il termine “fruttivorismo” indica un generico “mangiar frutta”; pertanto “fruttivoro” è “chi mangia frutta”. Orbene, se pensiamo che esistono popoli che non conoscono l’uso alimentare della carne e dell’olio, o del pane, o del latte non umano, ma che (significativamente!) non esiste alcun popolo che ignori la frutta come alimento, allora TUTTI gli abitanti della Terra si potrebbero qualificare “fruttivori”, anche se assieme alla frutta mangiano altro? CERTAMENTE.

Ma quei fruttivori che sono finalmente riusciti ad individuare nella frutta il proprio UNICO e duraturo alimento, ripristinando felicemente l’alimentazione naturale dei nostri antenati, sono dei fruttivori particolari che occorre distinguere dagli altri fruttivori chiamandoli “fruttariani” e chiamando “fruttarismo” il modello alimentare da loro raggiunto. Non sarebbe errato quindi dire che i fruttariani sono dei “fruttivori fruttariani”.

In conclusione, tutti i fruttivori e quindi indistintamente tutti gli uomini della Terra sono potenzialmente dei futuri fruttariani in quanto tutti inevitabilmente, più o meno tardi e più o meno velocemente, approderanno (questo è il vero progresso!) al fruttarismo, ambita meta di tutta l’umanità, impegnata ormai nel lungo viaggio di ritomo alla alimentazione naturale, che ha intrapreso molti millenni fa.

E’, questo, un viaggio lunghissimo, ma che verrebbe enormemente accelerato se da bambini fossimo lasciati liberi di crescere nutrendoci solo con la frutta, unico alimento che l’istinto ci suggerisce e che ambiamo mangiare e non fossimo invece soggetti alle pressioni deviatrici dei genitori, di coetanei già viziati, di pediatri che, ignoranti o venduti all’industria, influenzano purtroppo le cure parentali. Ancora qualche nota di terminologia per affermare che SI PUO’ VALIDAMENTE USARE IL TERMINE “ FRUGIVORO” QUALE SINONIMO DI “ FRUTTARIANO”, come autorevolmente confermano il glottologo Pianegiani nel suo “Dizionario etimologico della lingua italiana” ed il linguista Webster nel suo “New International Dictionary”. Va ricordato anche che la radice etimologica di FRUCTUS è la medesima di “frugale” e quindi di “frugalità”, per indicare un modello di alimentazione sobrio e limitato a modeste quantità di prodotti della terra, il che toma a lode del vegetarismo e, naturalmente, del fruttarismo. C’è chi, facendo leva sul fatto che FRUGES (latino) significa “frutti”, ma significa anche “biade”, sostiene, più o meno artatamente, che il termine “frugivoro”, se si privilegia tale secondo significato e se ci si riferisce all’uomo, giustifica il ricorso alimentare ai cereali da parte dell’uomo stesso.

Una simile tesi è però scientificamente insostenibile per molti motivi e soprattutto per i seguenti, da tenere sempre presenti:

I cereali danno dei frutti secchi (cariossidi) che, se interi, sono inadatti ad alimentare l’uomo mentre sono adatti, per esempio, a nutrire uccelli granivori, che sono fomiti di un apparato digerente appositamente strutturato per la digestione di questi frutti/semi delle graminacee (famiglia alla quale appartengono i cereali) e ben diverso da quello umano. L’uomo soltanto ricorrendo ad artifici riesce ad utilizzare i cereali: con la MOLITURA e poi con la COTTURA, ricavando alla fine dei prodotti morti, privati, fra l’altro, del corredo vitaminico.

All’uomo si addicono solo i frutti crudi (cioè “vivi”), carnosi e dolci, che costituirono – si ripete – la sua unica fonte di alimentazione nella preistoria e che contengono più o meno la stessa percentuale media di acqua presente nel corpo umano (65%).

La digestione degli amidi dei cereali è particolarmente onerosa in quando a dispendio energetico e alla fine approderà alla formazione terminale di monosaccaridi (cioè zuccheri semplici, come, per esempio, il glucosio) che troviamo già presenti, pronti ad essere assorbiti senza fatica, nella frutta carnosa e dolce.

Se, invece, si fa riferimento non all’uomo come fruitore di cereali, ma ad altri animali, l’affermazione secondo la quale è corretto l’utilizzo alimentare dei cereali è scientificamente valida. Del resto si è già visto dianzi che per gli uccelli granivori le cariossidi (integre) dei cereali costituiscono cibo adeguato. Lo precisa attenzione! – lo stesso glottologo Pianegiani (prima citato) il quale ci dice che FRUGES con il significato di “biade” si addice “propriamente alle bestie”, intendendo evidentemente per “bestie” gli animali non umani e particolarmente gli erbivori, i quali infatti usano le biade come foraggio e per i quali quindi è giusto dire (come, sempre il Pianegiani dice) che “si pascono” di biade.

Poiché questo paragrafo fa parte di un lavoro imperniato sulle proteine nell’alimentazione umana, uno dei punti qualificanti è senza dubbio quello che riguarda le proteine della frutta, che costituirono per millenni l’unico cibo dell’uomo preistorico. L’uomo, però, ad un certo momento del suo passato preistorico divenne carnivoro e la carne, si sa, è un alimento eminentemente proteico, che continua ad essere presente nella comune dieta di gran parte dell’umanità.

Quale abisso tra l’uomo preistorico fruttariano testé descritto e l’attuale uomo carnivoro! Perché l’uomo divenne carnivoro! Cerchiamo di rispondere a questo inquietante interrogativo nel seguente paragrafo.

2. L’UOMO FRUTTARIANO DIVIENE CARNIVORO.

Dalle proteine della frutta alle proteine della carne.

Ovviamente, nel lunghissimo periodo durante il quale l’uomo si nutrì solo di frutta nella sua patria d’origine, la foresta intertropicale fruttifera, il suo fabbisogno proteico non potè essere coperto altro che dal contenuto proteico della frutta, sull’entità del quale tratteremo in un apposito sottocapitolo.

Cerchiamo invece di capire i motivi dell’avvento del canivorismo nella vita dell’uomo, fatto che ha tutte le caratteristiche di una tragica involuzione, dalla quale prese l’avvio la degenerazione fisiopsichica dell’uomo attuale; anche le modalità con le quali questo evento ebbe a realizzarsi sono degne di attenzione. Ecco perché è necessario parlarne prima di riprendere il discorso sulle proteine.

Durante la preistoria dell’uomo si verificarono eventi meteorologici e geologici che alterarono profondamente l’ambiente. In particolare vennero alterati i biomi vegetali dai quali l’uomo traeva il proprio nutrimento. Avvennero:

glaciazioni (espansioni dei ghiacciai),

interglaciazioni (ritiri dei ghiacciai e avvento di climi più caldi),

periodi di forte inaridimento climatico (siccità),

periodi di aumenti eccezionali di piovosità (pluviali).

Per l’uomo fu particolarmente importante l’ULTIMA GLACIAZIONE, denominata WÙRM, per la precisione WÙRM III, dell’era quaternaria (pleistocene). Tale immane glaciazione comportò l’avanzata dei ghiacciai su gran parte delle regioni euroasiatiche, con conseguente distruzione delle foreste e con effetti che si protrassero sino a 10.000 anni fa circa. Ma coeve di tale glaciazione furono le intensissime precipitazioni (pluviali) che si verificarono in Africa; ed anche questi eventi climatici furono gravidi di conseguenze per l’uomo. A tali pluviali fecero seguito delle fasi di calo drastico delle piogge e di conseguente inaridimento del clima. A tutto questo bisogna aggiungere gli effetti della formazione della Great Rift Valley, lungo la quale l’Africa si è come spaccata a causa di un grandioso effetto tettonico, tuttora in corso.

L’insieme di tali eventi provocarono notevolissime riduzioni delle foreste che si trasformarono prevalentemente in savane.

L’uomo fu così costretto a comportarsi come un animale da savana, per sopravvivere, fu costretto a cibarsi di quello che in tale ambiente trovava. Vi trovò le graminacee, piante che richiedono spazi aperti, luce solare diretta, condizioni offerte dalla savana e non dall’ombrosa foresta donde l’uomo proveniva. Ci dice il prof. Marcelle Cornei, illustre studioso, dal quale tanto abbiamo appreso, nel suo “Quaderno della salute”: “L’uomo, per derivazione ancestrale, è una scimmia d’ombra: visse per milioni di anni sugli alberi, nell’ombra delle fronde; sceso a terra, poi, vagò per altri milioni di anni nella savana”.

Ora, le graminacee (ne abbiamo già parlato) producono frutti secchi, inodori e insapori;

sono, insomma, come dicemmo, cibo per uccelli. Con artifizi l’uomo riuscì, con l’aiuto del fuoco, ad utilizzare queste cariossidi. Ma l’evento più rivoluzionario che occorse all’uomo, comportandosi come un animale da savana, fu il ricorso, a scopo alimentare, alla carne degli erbivori abitatori della savana, divenendo così, per necessità, un mangiatore di carne, sempre però con l’aiuto del fuoco, non potendo mangiare crudi ne le cariossidi dei cereali ne le carni. Senza l’artifizio della cottura e (per i cereali) della molitura, l’uomo non avrebbe potuto diventare ne un mangiatore di carne, ne cerealivoro, giacché le sue caratteristiche anatomiche naturali (dentatura, ecc.) da sole, non lo avrebbero consentito.

L’impatto con le innaturali deviazioni alimentari (cereali e proteine di cadaveri di animali, peraltro cotti, cioè morti) ebbe, per l’uomo, conseguenze catastrofiche in termini di salute e di durata della vita: il che è comprensibile, dato quello che io chiamo “salto a strapiombo” tra un alimento vivo e vitalizzante come la frutta da una parte e gli alimenti amidacei e carnei, cadaverici e mortiferi, iperproteici come la carne, uccisi e quindi devitalizzati con la cottura, dall’altra.

Reay Tannahill nella sua “Storia del cibo” ci dice che addirittura “durante il periodo dei Neanderthaliani meno della metà della popolazione sopravviveva oltre i 20 anni e 9 su 10 degli adulti restanti morivano prima dei 40 anni”.

Fu soprattutto l’avvento del cibo carneo, con il suo contenuto eccessivo di proteine e con la conseguente tossiemia a produrre tali disastrosi effetti sul corpo, ma anche sulla mente degli uomini; non bisogna infatti dimenticare che la carne crea aggressività.

S’è detto prima che anche le modalità con le quali questi eventi così negativi si produssero “sono degne di attenzione”. Accenniamone, quindi riferendo, in succinto, quanto a questo riguardo dice James Collier, autorevole antropologo: “In conseguenza dei disastrasi effetti di tali eventi sconvolgenti sul clima e sulla vegetazione, l’uomo non potette più affidarsi ai vegetali per nutrirsi e dovette ricorrere alla carne.”

Ma l’uomo è inerme, quindi non è per natura carnivoro, essendo sfornito anatomicamente dei dispositivi atti ad inseguire, uccidere e masticare, crude, le carni degli erbivori. Si pensa pertanto che l’uomo primitivo non sia stato, all’inizio, tanto un cacciatore quanto uno spazzino, che si nutriva delle prede fatte da altri animali veramente carnivori, mancandogli anche la insensibilità necessaria per aggredire ed uccidere con le proprie mani degli animali pacifici e innocenti, oltre che inermi. Forse, adoperando sassi e bastoni, l’uomo riusciva ad allontanare il leopardo dall’antilope uccisa, se ne impossessava e la trascinava al sicuro nel suo rifugio. Tale comportamento è stato chiamato anche “sciacallaggio”.

Ma l’uomo non si limitò a sottrarre agli animali carnivori parte delle loro prede, ma fu costretto anche, quando non trovava da esercitare tale funzione di sciacallaggio, a cacciare direttamente, forzando la sua naturale non-aggressività, spintovi sempre dalla necessità di trovare i mezzi per sopravvivere. Il prof. Facchini (docente di antropologia all’Università di Bologna) si dice certo che l’uomo preistorico adoperò il fuoco a scopo culinario soprattutto per cuocere la carne. Concorda su tale affermazione anche il prof. Qakiaye Perlès, dell’Università di Parigi.

Ma oggi per fortuna non esistono più le ragioni di forza maggiore che obbligarono i nostri antenati ad alimentarsi con cadaveri di animali per assicurarsi il fabbisogno proteico; pertanto da molto tempo l’uomo ha inserito in misura crescente frutta, verdura e ortaggi crudi nella propria dieta. Occorre però vigilare sempre, per difenderci dall’autentico agguato che le industrie alimentari ci tendono continuamente proponendoci, ricorrendo alla propaganda a mezzo dei mass-media e all’opera nefasta di medici prezzolati, sostanze di dubbia convenienza o addirittura nocive.

3. LE PROTEINE DELLA FRUTTA

II tema di questo paragrafo riveste una particolare importanza nella problematica delle proteine. La sua trattazione è necessariamente complessa in quanto deve attingere a molteplici informazioni provenienti da fonti non solo assai disparate ma che possono sembrare a prima vista lontane dall’argomento trattato anche se poi si rivelano utili e convergenti in un medesimo intento.

Questo motiva il ricorso alla seguente esposizione “a stelloncini”, che in casi consimili è risultata essere la più conveniente per l’intelligibilità del testo.

Si è cercato tuttavia di dare, al succedersi degli stelloncini, nei limiti del possibile, un ordine logico conseguenziale.

Quando si parla di proteine qualificandole come uno dei cosiddetti principi alimentari, occorre sempre tener presente che tutti codesti principi partecipano assieme, alla sintesi della materia cellulare: deve prevalere, cioè una visione olistica, globale, “sinfonica”, in quanto tutti i nutrienti sono interdipendenti e tutti sono egualmente indispensabili. Si può essere certi che, viceversa una visione settoriale da luogo a valutazioni errate.

Del resto, tale interdipendenza è comprovata dal fatto che le proteine sono mal digerite in assenza di vitamine e che il loro metabolismo dipende da quello dei glucidi e dei lipidi, almeno in parte. Questo ci fa pensare subito al nostro cibo naturale, la frutta, dove, appunto, la coesistenza ed interdipendenza dei diversi principi alimentari da luogo ad un complesso (fitocomplesso) armonioso che rappresenta, nel contempo, l’optimum anche dal punto di vista nutrizionale.

Abbiamo prima affermato che l’uomo della foresta, dove aveva vissuto per milioni di anni, dovette passare nella savana. Ora, nella foresta era fruttariano, mentre nella savana, difettando la frutta, dovette divenire carnivoro; forse l’organismo umano, adattandosi alla alimentazione carnea, assunse le caratteristiche anatomiche e fisiologiche tipiche dei carnivori? NO, conservò le caratteristiche del fruttariano. Oggi, infatti, dopo milioni di anni di innaturale alimentazione carnea, le nostre unghie non si sono trasformate in artigli, il nostro intestino non si è accorciato, i nostri canini non si sono allungati trasformandosi in zanne, il nostro succo gastrico non ha aumentato la sua originale e debole acidità tipica dei fruttariani, il fegato non ha esaltato la sua capacità antitossica, ne è scomparsa l’istintiva attrazione esercitata sull’uomo in età infantile dalla frutta e neppure è scomparsa la altrettanto istintiva repulsione esercitata dalla carne sul bambino appena svezzato. Tutti segni, questi, che le proteine eccessive che, assieme ad altre caratteristiche negative, sono presenti nella carne, pur provocando danni enormi, non sono riuscite a modificare la struttura fisiopsichica dell’uomo: ciò dimostra che l’alimentazione carnea è così estranea agli interessi nutrizionali e biologici dell’uomo che questi non riesce ad adattarvisi, pur subendo le pesanti conseguenze di un innaturale carnivorismo per lunghissimo tempo.

I 22 aminoacidi (21 secondo alcuni, 23 secondo altri) esistenti negli alimenti si dividono, secondo la nutrizionistica ufficiale, in due categorie: quella dei 14 aminoacidi che possono essere prodotti (sintetizzati) dall’organismo umano e quella degli aminoacidi chiamati “essenziali” (8 o 10) che invece si ritiene non possano essere sintetizzati dall’organismo umano e pertanto dovrebbero essere assunti con gli alimenti. Lo scrivente si è più volte dichiarato contrario a tale teoria, dimostrando che gli “aminoacidi essenziali” sono un autentico “mito”. Tuttavia, ammettendone pure la reale esistenza come la medicina ufficiale pretende, è legittimo formulare questa domanda, di fondamentale importanza: da dove trassero, i nostri progenitori arboricoli, gli aminoacidi oggi chiamati essenziali, ritenuti indispensabili alla vita, durante i milioni di anni in cui furono abitatori della foresta e sicuramente solo fruttariani?

La risposta ad una simile domanda, non può essere che una sola, dettata dalla logica elementare e dal buon senso: evidentemente solo dalla frutta, anche se, secondo il parere di alcuni paleoantropologi, venivano probabilmente aggiunte alla frutta altre parti succulente di vegetali. E poiché noi oggi continuiamo a possedere quelle stesse caratteristiche anatomiche, fisiologiche ed istintuali di quei nostri progenitori, dobbiamo dedurre che le proteine della frutta sono qualitativamente e quantitativamente sufficienti a garantire in modo ottimale la vita dell’uomo anche oggi.

Partendo da queste e da altre considerazioni il prof. ALAN WALKER, antropologo della John Hopkins University, è giunto alla conclusione che la frutta non è soltanto il nostro cibo più importante, ma è l’unico al quale la specie umana è biologicamente adatta. Per comprovare tale affermazione, Walker ha studiato lungamente le stilature ed i segni lasciati, nei reperti fossili, sui DENTI, dato che ogni tipo di cibo lascia sui denti segni particolari; scoprì, così, che “ogni dente esaminato, appartenente agli ominidi che vissero nell’arco di tempo che va da 12 milioni di anni fa, sino alla comparsa dell’Homo erectus, presenta le striature tipiche dei mangiatori di frutta, senza eccezione alcuna”.

Istintivamente, quindi, i nostri progenitori mangiavano quello che la natura offriva loro, cioè la frutta matura, colorita, profumata, carnosa, dolce. Ed è facile immaginare che i nostri progenitori mangiassero la frutta spensieratamente, nulla sapendo (beati loro!) sulla quantità e sulla qualità di proteine contenute nella frutta, guidati unicamente dall’istinto… e se la passavano bene.

E’ chiaro che la frutta è il miglior cibo, del tutto naturale, per l’uomo e per l’intera sua vita, a cominciare dal momento in cui è in grado di masticare. Il fruttarismo dell’uomo è innato, perché sbocciato dall’istinto, che ripetiamolo – è l’espressione genuina, perfetta, indiscutibile dei bisogni fisiologici nutrizionali delle nostre cellule; esso si manifesta anche prima della fine della lattazione, reso evidente dalla appetibilità e anche dalla avidità con le quali il bambino ancora lattante assume succhi di frutta fresca, che possono sostituire in certi casi anche il latte materno (succo d’uva, per esempio, come suggeriva Giuseppe Tallarico, medico illuminato, nella sua opera maggiore “La vita degli alimenti”).

Abbiamo prima, accennato alla masticazione. Per masticare occorrono i denti ed i denti cominciano a nascere verso la fine della lattazione, cioè del periodo in cui l’accrescimento del cucciolo umano è affidato alla suzione della secrezione lattea delle ghiandole mammarie della madre. Domanda: perché al termine della lattazione (e anche prima) l’istinto ci orienta decisamente verso la frutta? La risposta è semplice: esiste una strettissima correlazione

tra il latte, che è il primo nostro cibo, necessariamente liquido, e la frutta, cibo che succederà al latte e che ci accompagnerà, nutrendoci, per il resto della nostra vita.

Esiste, quindi, iscritta biologicamente nell’atto di nascita della nostra struttura anatomica e della nostra fisiologia, una “continuità nutrizionale tra il latte materno e la frutta”, per cui possiamo a giusto titolo considerare questi due alimenti i prototipi alimentari ancestrali dell’uomo.

Per dimostrare quanto conclusivamente è stato detto nel precedente ‘stelloncino’ sulla continuità nutrizionale tra il latte materno e la frutta, bisogna tenere presente quello che ripetutamente abbiamo già affermato e cioè:

1. All’uomo non si addicono cibi ad alto contenuto proteico, che risulterebbero dannosi alla sua salute;

2. l’uomo ha un fabbisogno singolarmente modesto di proteine, come è facilmente dimostrabile esaminando il latte materno.

Partiamo dall’argomento “latte materno”, che funzionerà da battistrada nella dimostrazione della sua continuità nutrizionale con la frutta. E’ noto che entro il 6° mese di vita extrauterina l’uomo giunge a raddoppiare il proprio peso e a triplicarlo entro il 12°, alimentandosi unicamente con il latte materno. Tutti i testi di chimica bromatologica e di fisiologia umana ci informano che il latte materno contiene 1’1,2% di proteine. Ebbene, non è proprio così, in quanto, sino a 5 giorni dopo la nascita del figlio, il latte umano contiene il 2% di proteine e questa percentuale, a partire dal 6° giorno, comincia a calare progressivamente e lentamente sino a raggiungere, dopo 3-4 settimane, 1’1,3% e, dopo 7-8 settimane, 1′ 1,2%, percentuale che verrà poi mantenuta più o meno costante sino alla fine dell’allattamento.

Si constata, in sostanza, un evidente e regolare decremento del contenuto proteico del nostro unico “primo alimento” a misura che il neonato si avvia, con la comparsa progressiva dei denti, ad acquisire capacità masticatorie. Raggiunta tale capacità, ha termine quel periodo, dalla nascita allo svezzamento, che costituisce indubbiamente la fase anabolica più impegnativa, più intensa e più difficile dell’intera vita umana e che superiamo, come si è visto, con un cibo (il latte materno) contenente le modeste percentuali di proteine prima indicate.

Poiché la velocità di accrescimento è massima nei primissimi giorni di vita e poi via via decresce, è logico anche che la percentuale delle proteine contenute nel latte, e che costituiscono il necessario materiale di costruzione, debba seguire lo stesso andamento.

L’accrescimento ponderale dell’individuo continua, come si sa, anche dopo la comparsa dei denti, per terminare tra i 21 e 24 anni, ma con una velocità estremamente ridotta rispetto a quella del lattante.

E’ pertanto del tutto ovvio che l’alimento che subentrerà al latte materno dovrà avere una percentuale di proteine corrispondente ai reali bisogni di proteine dell’individuo non più lattante, in linea con la decrescenza, prima comprovata, di tali bisogni proteici. Riassumendo, “il fabbisogno proteico dell’uomo è massimo nel lattante, medio nell’adolescente, minimo nell’adulto”: questo ci dice il grande igienistaAttilio Romano nel suo aureo lavoro “Pregiudizi ed errori in tema di alimentazione “; su questo insiste anche il prof. Alessandro Clerici nel suo Lavoro “Come si deve mangiare”. Occorre osservare:

Senza alcun dubbio spetta al medico tedesco Lahmann il merito di avere, da pioniere illuminato, gettato, nel campo della dietetica umana, le basi scientifiche del fruttarismo, avendo scoperto e dimostrato che esso costituisce la innata prosecuzione naturale dell’alimentazione lattea.

Ancora prima del Lahmann, un altro “grande”, Max Rubner, docente di cllnica medica all’Università di Berlino, aveva richiamato l’attenzione degli studiosi suoi contemporanei (e il Lahmann colse l’importanza di tale appello) sul fatto che “la scarsezza di proteine nel latte materno è un segno distintivo della specie umana che sconfessava i paladini dei regimi ricchi di proteine”.

Questa è la regola che vige in natura: destinare ai diversi esseri viventi cibi che contengano i principi alimentari indispensabili, ma solo nella quantità necessaria, che deve essere considerata l’optimum per l’individuo. Tanto è vero che non possiamo nutrire un neonato umano, il cui latte contiene 1′ 1,2% di proteine, con il latte per es. di mucca, che contiene il 3,5% di proteine senza determinati accorgimenti come la elementare diluizione, nel tentativo di evitare enteriti e altri malanni, anche gravi.

Il corpo umano, quindi, osserva proprio questa regola, cioè la cosiddetta “legge del minimo”, che a nostro parere potrebbe anche (e forse “meglio”) chiamarsi “legge dell’optimum” in quanto, se l’individuo ingerisce cibi contenenti dei nutrienti in quantità eccedenti il proprio fabbisogno, tale eccesso diviene per l’organismo una vera e propria scoria tossica ed il corpo cerca in tutte le maniere di sbarazzarsene, cosa che avviene in speciale modo per le proteine, come in precedenza s’è già detto.

Poiché la velocità di accrescimento dell’individuo non più lattante è decisamente inferiore a quella che aveva durante l’allattamento, è naturale ed ovvio che il contenuto proteico del primo cibo solido che l’uomo assume dopo lo svezzamento debba essere inferiore a quello del latte materno e da considerarsi l’optimum secondo la “legge del minimo”. Ciò, in armonia con il reale diminuito bisogno di proteine.

Ebbene, tale cibo non può essere che la frutta, che ha, appunto, in media, un contenuto proteico adeguato ai bisogni nutrizionali normali della fase successiva allo svezzamento:

cioè, mediamente inferiore a quella riscontrata nel latte materno che nel periodo terminale dell’allattamento si aggira attorno all’ l,2%, come si disse.

A questo riguardo è interessante l’opinione del dottor LOVEWISDOM uno dei più profondi studiosi dell’alimentazione naturale dell’uomo. Egli ci dice nel suo libro “L’adulto umano non ha bisogno di alimenti che contengono più dell’ l % di proteine” “L’homme, le singe et le Paradis”. Del resto, una volta completato l’accrescimento, il nostro fabbisogno di proteine serve solo alla sostituzione delle cellule perdute per usura, cioè al semplice mantenimento dell’equilibrio metabolico e a tale scopo la frutta acquosa è più che sufficiente.

Orbene, tutti i vegetali, anche i più negletti e poco noti, contengono proteine, nessuno escluso: questo è un punto fermo, che occorre tenere sempre presente.

Diversi studiosi di vegetarismo sostengono essere sempre necessario integrare la frutta con altre parti tenere e succose di vegetali, sempre crude e fresche, sia pure in pasti separati, cioè con: radici (carota, rapa, sedano-rapa, barbabietola rossa), ricettacoli floreali e base delle brattee (carciofo), foglie, gambi e germogli (lattuga, cicoria, sedano, spinacio, cavoli di vario tipo), turioni (asparago, finocchio), infiorescenze e gambi (cavolfiore, broccoli di vario tipo), bulbi (cipolla), ecc. (tutti questi vegetali sono comunemente chiamati “ortaggi” in italiano, “légumes” in francese).

Elenchiamo ora i più comuni frutti carnosi con i relativi contenuti proteici, in percentuale:

albicocca…………………………………………. 0,8

anguria……………………………………………. 0,9

arancia………………………………………. 0,9-1,3

avocado………………………………………….. 2,6

banana……………………………………………. 1,4

cetriolo………………………….. ……………… 0,9

ciliegia …………………………………………… 1,2

dattero …………………………………………… 2,2

fico ……………………………………………….. 1,5

fico d’India………………………………………. 0,8

fragola………………………………………….. 0,95

kaki …………………………………………………..1

lampone …………………………………………. 1,4

limone ……………………………………………..0,9

mandarino………………………………………….. 1

mela …………………………………………….. 0,35

melone …………………………………………… 1,3

mora………………………………………………… 1

nespola…………………………………………. 0,45

peperone ………………………………………… 1,2

pera …………………………………………………0,6

pesca ……………………………………………… 0,7

pomodoro………………………………………… 1

prugna……………………………………………. 0,8

uva …………………………………………….. 1-1,4

zucchina…………………………………………. 1,5

media: 28,75/26 =1,1%

Ed ecco le percentuali di proteine presenti negli ortaggi più comuni, limitatamente a quelli che si possono utilizzare crudi:

asparago………………………………………….. 1,8

barbabietola……………………………………… 1,2

barbabietola rossa………………………………. 1,6

carciofo……………………………………………. 2,4

cavolfiore…………………………………………. 2,6

carota……………………………………………… 1,2

cicoria……………………………………………… 1,6

cipolla……………………………………………… 1,4

cavolo verza……………………………………… 3,3

cavolo rosso………………………………………. 1,9

finocchio…………………………………………… 1,9

lattuga e simili…………………………………… 1,3

pastinaca………………………………………….. 1,7

porro………………………………………………….. 2

ravanello ……………………………………………. 1

sedano (foglie/gambi)…………………………… 1,3

sedano-rapa………………………………………. 1,5

spinacio……………………………………………. 2,2

media: 31,9/18 = 1,78%

Sarebbe, a questo punto, errato fare conclusivamente la media aritmetica tra il contenuto proteico medio della frutta e quello degli ortaggi per ricavare direttive alimentari pratiche. Tale calcolo darebbe 1,44 [(1,1 + 1,78)/2] e sarebbe valido se la nostra alimentazione fosse costituita per il 50% da frutta e per il 50% da ortaggi. Occorre invece dare netta preponderanza alla frutta, che è il principe dei nostri alimenti perché fu il cibo primigenio dell’uomo, quello con il quale il corpo umano si è forgiato. Dando invece in giusta misura la prevalenza alla frutta, in media la carica proteica dei cibi che dovrebbero essere utilizzati dall’uomo si attesta su 1,3% circa. Tale percentuale è largamente sufficiente, anzi superiore (sempre in media, che è quel che conta) al fabbisogno dell’uomo, specie dopo il completamento dello sviluppo, cioè dopo il 24° anno di età. Del resto, ciò è comprovato dal fatto che i fruttariani non soffrono di alcuna carenza e non hanno problemi di salute. Naturalmente i risultati dei calcoli sopra riportati non sono da prendere, “alla virgola” o al centesimo, ma vogliono avere, ed hanno, un valore orientativo generale e soprattutto vogliono offrire, ed offrono, una prova della continuità nutrizionale tra il latte materno e la frutta. A proposito dell’ottimale validità nutrizionale del fruttarismo potremmo dilungarci a riportare autorevoli opinioni, altri fatti, altre argomentazioni scientifiche per dimostrare tale validità, che garantisce all’uomo fruttariano il godimento di una piena SALUTE FISIO-PSICHICA: ma su tutto l’abbondante apporto probatorio che così raccoglieremmo dominerebbe la prova-base, la più incontestabile, già da noi prima evocata, ma che tuttavia torniamo ad evocare: nella foresta, patria originaria dell’uomo, questi visse in perfetta salute, sugli alberi fruttiferi, per milioni di anni, alimentandosi di frutta e – sostengono ipoteticamente alcuni studiosi, come LOVEWISDOM – anche di altre parti tenere di vegetali.

Molto probabilmente il lettore si chiederà che bisogno c’è di dimostrare che la carica proteica del latte materno è la stessa (o presso a poco) non solo di quella della frutta, ma anche quella dei cosiddetti ortaggi. Non s’è detto che l’uomo preistorico viveva sugli alberi fruttiferi nutrendosi solo di frutta? Insomma, la sola frutta è sufficiente o no ad alimentare l’uomo? Cerchiamo di rispondere qui di seguito a tali interrogativi.

Si è già accennato in precedenza che secondo alcuni studiosi la frutta andrebbe integrata con altre parti tenere e succose di vegetali; condividiamo tale opinione, ma poiché condividiamo anche la tesi di Cornei, Tallarico, Carqué, ecc., che cioè i nostri più antichi progenitori arboricoli si nutrivano “solo” di frutta, siamo tenuti a spiegare questa nostra apparente contraddizione.

Anzitutto, la frutta che i primi uomini mangiavano da arboricoli nella foresta intertropicale era, in quanto a capacità nutrizionale, enormemente superiore a quella di oggi esistente. La frutta d’oggi è infatti il risultato di migliaia di anni di frutticoltura che, dovendo commerciare con i prodotti della terra, lo fa utilizzando dei criteri di produzione della frutta basati su:

rendimento della pianta

colore

taglia

gusto

struttura

conservabilità

facilità di raccolta

sicurezza e continuo incremento del profitto.

Insomma la produzione odierna di frutta è profondamente artificiosa, mentre la frutta che nutriva l’uomo preistorico era il prodotto del libero gioco delle forze vitali dell’aria, del suolo, delle arcane forze della natura, era figlia della luce, scrigno di energia solare, viva e vitalizzante, non cresciuta sotto lo stimolo anormale dei concimi chimici, dei diserbanti, degli anticrittogamici, i cui residui rendono oggi talora la frutta financo pericolosa per la nostra salute. C’è un abisso, dunque, tra la frutta che nutrì i primi uomini e la frutta d’oggi. L’uomo odierno a dire il vero comincia a rendersi conto che la frutta nutre poco e male e ha perduto i sapori della frutta “antica” di cui si sente la mancanza. Ed ecco sorgere, allora, iniziative tipo “archeologia dell’albero da frutta”, “banche del seme”, e soprattutto coltivazioni biologiche. Un esempio: la pera cosiddetta “spina” è la “pera antica”, bitorzoluta, contorta, decisamente brutta se guardala con l’occhio dell’esteta tradizionalista per il quale la pera, quella addomesticata, deve avere la forma classica e basta. In Italia di alberi di pere “spina” ne restano ormai pochi, destinati a sparire perché la gente vuole pere “belle” di parvenza e non nodose e brutte: anche se poi chi le assaggia rimane estasiato per il loro sapore, ormai non più riscontrabile nelle pere “moderne”, frutto di cultivar, incroci, innesti, manipolazioni genetiche, fitormoni, ecc.. Lo stesso discorso vale per molte varietà di mele in via di scomparsa, come le mele “zitelle”, per esempio.

Deciso scadimento quindi, del valore nutrizionale della frutta moderna nei riguardi della frutta “antica” e quando diciamo “antica” ci riferiamo appena ad un secolo fa o giù di lì; ma a misura che andiamo a ritroso nel tempo la differenza si fa, ovviamente, sempre più marcata, tanto che riesce difficile solo immaginare quale potenza nutrizionale riservasse la frutta che servì alla nutrizione e alla crescita delle primissime generazioni dell’uomo arboricolo e fruttariano.

Abbiamo detto sopra che la gente ha cominciato a capire che la frutta odierna, nonostante che continuiamo ad essere da essa attratti, non solo nutre poco ma nutre anche male. Qui appresso spieghiamo perché.

Per effetto dei trattamenti e delle selezioni che l’uomo, come abbiamo prima accennato, applica in agricoltura e particolarmente in frutticoltura, la frutta prodotta è caratterizzata soprattutto da un eccessivo tenore di zuccheri. Ora, è vero che il nostro organismo funziona proprio grazie allo zucchero, ma è anche vero che lo zucchero, come qualsiasi altro alimento, per essere assimilato, deve trovarsi associato con vitamine, specialmente quelle del gruppo B, minerali, aminoacidi ed altri elementi nutritivi, con i quali costituisce un fitocomplesso equilibrato ed armonico.

L’eccesso di zucchero oggi riscontrabile nella frutta crea invece squilibrio e disarmonia, per cui l’organismo non è in grado di utilizzare tutto lo zucchero presente nella frutta: ecco perché si disse che la frutta d’oggigiorno fa correre il rischio di nutrire “anche male”. Come ovviare a questo squilibrio? Includendo nella nostra dieta una consistente quantità di alimenti non zuccherati, in particolare verdure crude ed ortaggi vari, che forniscono in abbondanza vitamine, minerali ed aminoacidi essenziali, indispensabili per ottenere una nutrizione equilibrata.

L’aggiungere verdure ed ortaggi alla frutta, anche se questa rimarrà quantitativamente preponderante, è, quindi, un “correttivo”? Certamente, è un utile correttivo. Naturalmente, sia la frutta che le verdure e gli ortaggi, per conservare la loro efficacia nutrizionale, devono essere consumati crudi ed è anche buona norma utilizzarli in pasti separati. Ma aggiungiamo subito che si tratta di un correttivo “temporaneo” e qui di seguito spieghiamo perché diciamo che è temporaneo.

Abbiamo visto – riassumiamo – che la frutta odierna, rispetto alla frutta che nutrì l’uomo preistorico, difetta di potere nutrizionale (e si cerca nell’attuale processo, in atto, di riavvicinamento alla natura, di coltivarla biologicamente, come rimedio primo), ma eccede, invece, in contenuto di zuccheri (glucosio/fruttosio) (e si cerca di ovviarvi proponendo di accompagnarne il consumo con ortaggi, che potranno, così, partecipare all’approvvigionamento di proteine). Poiché, come è evidente, si tratta di una situazione, quella attuale, “in movimento”, a misura che progredirà l’agricoltura biologica, migliorerà anche la qualità della frutta attuale, i cui lati negativi (eccessi e difetti sopracitati) si attenueranno gradualmente e alla fine scompariranno.

Ovviamente, quando la frutta riacquisterà totalmente le caratteristiche che permisero il pieno affermarsi dell’uomo preistorico arboricolo e fruttariano, cesserà il bisogno o la semplice convenienza di ricorrere agli ortaggi e l’uomo tornerà ad essere fruttariano al 100% e sarà quello un grande giorno, che riteniamo non troppo lontano, dato l’incoraggiante crescente interesse per questo così importante problema.

E’ stato osservato, circa l’aggiunta di verdure e ortaggi alla frutta, che le tre grandi scimmie antropomorfe (PONGIDI)orango, scimpanzè e gorilla , ritenute comunemente, sui piani anatomico, fisiologico, ematologico, ecc., i più vicini nostri parenti, mangiano, oltre che frutta, anche foglie, gemme, scorze, rametti, radici, sedano selvatico, bambù ed altre erbe. Soprattutto si sottolinea che questo comportamento alimentare si riscontra nel gorilla, che invece da molti fruttariani veniva portato come esempio di animale fruttariano al 100%, come una sorta di ARCHETIPO FRUTTARIANO: si ritiene, anzi, da alcuni che la frutta partecipi alla dieta del gorilla in minor misura degli altri vegetali sopra citati. Sono invece tutti concordi nel rilevare, nella dieta dei PONGIDI, l’assenza di NOCI (cioè, precisiamo noi, di semi), particolare che sottolineiamo come importante, per quanto appresso si dirà a proposito dei semi e della loro carica proteica.

Quanto sopra viene citato da alcuni per cercare di avvalorare, su un preteso piano scientifico zoologico/evoluzionistico, la necessità dell’aggiunta di verdure ed ortaggi alla frutta anche da parte dell’uomo, cioè, in pratica, per negare la sufficienza nutrizionale di una dieta fruttariana al 100%.

Senonché coloro che tanto affermano dicono cose scientificamente inesatte e le loro conclusioni sono errate, difettando, tra l’altro, di validi aggiornamenti culturali. Infatti, coloro che “fotocopiando” i comportamenti dei Pongidi (ammesso, ma non concesso che siano quelli che vengono descritti) pretendono di trasferirli all’uomo pari pari, come per un imperativo biologico automatico, sembra che siano rimasti alla famosa e semplicistica (e, potremmo anche dire, infantile) interpretazione di quanto Charles Darwin, nel 1871, scrisse nel suo “The Descent of Man”. Si disse, allora, che Darwin sosteneva che “l’uomo discendeva dalla scimmia”. Come invece ogni persona con un minimo di cultura biologico/naturalistica sa, Darwin non affermava che l’uomo discendeva da una scimmia antropomorfa.

La verità è, invece, che le grandi scimmie antropomorfe e l’uomo sono organismi contemporanei sì, ma che discenderebbero, però, da un primate, antenato comune, esistito milioni di anni fa e attualmente estinto. Da quello si sarebbero poi originate due distinte linee evolutive, una delle quali avrebbe portato alle attuali scimmie antropomorfe, mentre l’altra avrebbe avuto come termine ultimo l’uomo. Inoltre – ci dice Ralph Cinque, D.C., direttore dell’Hygeia Health Retreat diYorktown (Texas), nonostante le sue critiche al fruttarismo umano al 100% – “l’uomo non è una scimmia leggermente migliorata, le differenze con gli esseri umani sono considerevoli ed è un errore fare dei paralleli fra i due” (dalla rivista Vie et Action n. 157).

Gli fa eco T. C. Fry, direttore del periodico Healthful Living, il quale sostiene che consigliare di mangiare verdure perché contengono elementi nutritivi che non si troverebbero nella frutta è un nonsenso perché non c’è nelle verdure niente che non sia contenuto, in quantità sufficiente, anche nella frutta.

Una obiezione di natura biochimica avversa all’uso delle verdure è questa: mentre gli erbivori sono provvisti dell’enzima “cellulasi” che consente di convertire la cellulosa contenuta nelle foglie in glucosio, l’uomo è sprovvisto di tale enzima e pertanto non ricava alcuna utilità, almeno per quel che riguarda l’approvvigionamento di glucidi, dal mangiare verdure. Tutto quello che, oltre alla cellulosa, si trova nella foglia e che possa avere un qualche valore nutritivo lo si trova anche nella frutta. Poiché il nostro corpo ha bisogno, per produrre energia, di glucosio, le foglie verdi non sono in grado di dargliene per l’assenza di tale enzima. In definitiva, le verdure possono essere considerate naturali per gli erbivori, ma certamente non per i fruttariani, come l’uomo; inoltre non ci procurano alcuna caloria ed è più l’energia che spendiamo per la loro digestione che quella che se ne ricava.

Si dice che nelle verdure c’è la clorofilla, alla quale si attribuiscono virtù particolari nella nutrizione dell’uomo, ma la clorofilla è una proteina come le altre. Le vitamine, i sali minerali, le proteine ed alcuni acidi grassi presenti nelle foglie si ritrovano anche nella frutta, inoltre nella frutta si trova l’acqua “fisiologica” più o meno nella stessa percentuale con la quale è presente nel corpo umano; non così nelle foglie e meno ancora nei semi.

Fry sposta poi la sua attenzione sul fatto che la maggior parte delle foglie, tra cui quelle che noi mangiamo, sono provviste di veleni protettori della pianta. Tra le foglie più tossiche che noi mangiamo sono da annoverare: il sedano, le bietole, il ravizzone (colza), il rabarbaro, il prezzemolo, il basilico, gli spinaci, la cicoria, la menta, il tarassaco, l’origano, ecc.

Particolarmente tossiche e persino mortali sono le foglie del pomodoro, della patata, della melanzana, del peperone, dell’albicocco, ecc. Financo le foglie della lattuga pare che siano, sebbene modestamente, provviste di sostanze tossiche. La presenza di questi veleni protettori nelle foglie e dei conseguenti rischi tossicologici che si corrono nel mangiarle sono autorevolmente confermati dagli studi specifici fatti dal prof. Bruce Ames, dell’Università di Berkeley, USA. Per contro, la maggior parte dei frutti utilizzati dall’uomo a scopo alimentare sono invece privi di sostanze tossiche.

Anche le notizie relative alla presenza di fogliame ed altre parti di vegetali nella normale dieta delle grandi scimmie antropomorfe, della quale prima si è parlato, sono false. La prima osservazione che si può fare è che noi non possiamo essere condizionati dalla loro condizione attuale, più che non esserlo dagli Esquimesi, dice ironicamente Fry.

Si è detto prima che le grandi scimmie antropomorfe non mangiano semi, comunemente indicati come “noci”. Ora, per quanto riguarda l’UOMO, possiamo dire che le NOCI non solo non sono necessarie, ma addirittura sono DANNOSE, contenendo un fattore anti-nutrizionale, un anti-enzima, che ostacola la loro digestione da parte di altri enzimi. E’ chiaro che i semi hanno lo scopo di dare vita a un nuovo essere vivente e non sono certo destinati ad essere distrutti dall’azione trituratrice dei denti dell’uomo prima che dai suoi succhi digestivi. La Natura non ha prodotto i semi per nutrire l’uomo, per altro sono troppo proteici e possono, a causa proprio di tale eccesso di proteine, provocare danni alla salute umana. Infine, contenendo pochissima acqua, sono inadatti anche per questo a costituire un cibo adeguato alle esigenze umane.

Per l’uomo che si trovasse in uno stato di natura, senza apparecchi per cucinare, disponendo solo del suo corpo, senza attrezzi di nessun tipo, la frutta è la sola cosa che prenderebbe, rifiutando erbe, cereali, radici e tuberi; naturalmente rifiuterebbe, essendone incapace di catturare, uccidere e mangiare altri animali oppure di berne il latte.

La frutta, in sostanza, costituisce un alimento naturale, che, comparso quando comparve, l’uomo, fu chiaramente destinata dalla Natura, simbioticamente, a nutrire in modo ottimale l’uomo.

Quando si afferma che la frutta, utilizzata come unico alimento, provoca un sovraccarico di zuccheri, si trascura il fatto che a tale eccesso contribuisce (e non potrebbe essere altrimenti) anche l’alimento amidaceo che ingeriamo (pane, pasta, riso, polenta, ecc.) e che ha, come destino finale della sua digestione, appunto, monosaccaridi (zuccheri semplici); questo eccesso di amidi nella propria dieta è comunemente indicato con il termine “amidonismo”.

Riprendiamo il discorso sulle grandi scimmie antropomorfe per esaminare più approfonditamente la loro dieta. Ebbene, si è potuto accertare che L’ ORANGO può restare fino a tre mesi di seguito sugli alberi, senza mai scendere al suolo e nutrendosi pertanto solo della frutta prodotta dagli alberi. I GORILLA vengono giustamente definiti da Fry “macchine che vanno a foraggio e macchine per defecare” in quanto la loro giornata è mediamente costituita da 14 ore dedicate a riposare e defecare e 10 ore circa dedicate alla ricerca ed ingestione di cibo. GEORGE B. SCHALLER ha fatto notare che essi mangiavano foraggio in una quantità giornaliera pari al 10% del loro peso, soprattutto sedano selvatico. Ne si capisce come possano elaborare tutti questi vegetali se si tiene presente che i gorilla, come del resto l’uomo (e ne abbiamo parlato) non secernono la cellulasi, che è l’enzima necessario alla trasformazione della cellulosa in uno zucchero semplice. Evidentemente questa grossa massa solo parzialmente digerita di vegetali stimola egregiamente la peristalsi provocando la pressoché continua defecazione. Ma SCHALLER ha approfondito la cosa ed ha potuto così appurare che, quando arrivava la stagione di certa frutta, i GORILLA non toccavano più il foraggio, ma si alimentavano unicamente di quella frutta, fin che ce n’era.

Ed è ancora SCHALLER, primatologo di grande fama, che ci riferisce di un esperimento fatto allo ZOO di SAN DIEGO, dove i GORILLA, se veniva loro somministrata frutta in abbondanza, non mangiavano più il foraggio; insomma il gorilla, messo in condizioni di scegliere tra foraggio e frutta, non manifesta dubbi e sceglie la frutta. Che cosa significa ciò? Significa che il suo cibo naturale, non è il foraggio, ma la frutta. Certo, anziché patire la fame si mangia qualunque cosa. Così, del resto, fecero i nostri progenitori quando, passando dalla foresta, e dall’alimentazione fruttariana che questo bioma consentiva, nella savana, dove non esistono alberi da frutta, per non soccombere divennero cerealivori e mangiatori di carne, con l’aiuto del fuoco.

E della terza scimmia antropomorfa cosa c’è da dire? Dello SCIMPANZE’ si dice che mangia molte cose e forse ciò è vero in condizioni di cattività, situazione innaturale, che determina sconvolgimenti comportamentali notevoli, che possono influire anche sugli orientamenti nutrizionali.

E’ bene, quindi, dare validità alle testimonianze di ricercatori o studiosi che ne hanno osservato attentamente la vita, quando questa viene trascorsa in libertà; per lo scimpanzè nessuna persona può saperne di più di JANE GOODALL, etologa primatologa che ha trascorso trent’anni tra loro, la quale ha constatato che se gli SCIMPANZE’ dispongono di BANANE in abbondanza, mangiano solo questi frutti e niente altro (sino a 40-50 la volta).

Come si vede, i comportamenti alimentari delle 3 grandi scimmie antropomorfe, che molti ritenevano accreditassero la insufficienza di una alimentazione fruttariana al 100% (e quindi il ricorso obbligato ad altre parti più o meno tenere di vegetali), in realtà, da quanto si è detto in quest’ultima parte del presente stelloncino, documentano proprio il contrario e cioè che queste scimmie, quando sono libere di scegliere il loro nutrimento naturale, si nutrono da animali fruttariani al 100%. E non c’è bisogno di estrapolare questo comprovato fruttarismo dei Pongidi applicandolo all’uomo perché per quest’ultimo fa fede l’istinto dei bambini, quando non è ancora pervertito.

Dicemmo, nel 5° stelloncino di questo paragrafo che all’uomo non si addicono cibi ad alto contenuto proteico, come, per esempio, derivati del latte, semi, uova, legumi, ecc., per non parlare della carne. Peraltro, molte di queste proteine andrebbero sprecate in quanto l’organismo espelle, indigerite, con le feci una buona parte di queste proteine (quelle che non riesce ad espellere in questa maniera, se sono ancora eccessive, cercherà di deaminarle trasformandole in composti ternari, cioè in zuccheri e grassi e poi ancora, se neanche ciò basta, se ne sbarazzerà mediante un lavoro straordinario del fegato e dei reni).

Dobbiamo ora tornare a parlare di questi cibi ad alto contenuto proteico, intanto per ricordare, se ce ne fosse ancora bisogno, che la frutta è da escludere dal novero dei cibi ad altro contenuto proteico e che anche questo fatto contribuisce a renderla atta all’alimentazione umana. Ma se ora torniamo a parlare di questo argomento è per evidenziare un altro fatto di notevole importanza e cioè una scoperta del già citato prof. Max Rubner, dell’Università di Berlino, il quale la rese pubblica a Lipsia, in un Convegno scientifico, con una memoria riguardante i risultati delle sue ricerche sulle proteine (che poi lui espose nel suo libro “Volksemahrungsfragen”, in italiano: “Questioni relative all’alimentazione della popolazione”). Il succo di questa scoperta è che il grado di utilizzazione delle proteine di un determinato alimento è tanto più grande quanto più modesta è la percentuale di proteine che quell’alimento contiene.

Questo studioso dimostrò, per esempio, che un chilo di patate costituisce un cibo relativamente assai più nutriente di un etto di carne o di formaggio perché l’organismo umano riesce ad utilizzare dalle patate una quantità di proteine sette volte maggiore di quelle che utilizzerebbe mangiando carne o formaggio, in quanto le proteine di un etto di carne o di formaggio sono concentrate, mentre la stessa quantità di proteine è nelle patate diffusa in una massa di dieci etti.

La stessa cosa vale per le MELE, che sono molto nutrienti in quanto le loro relativamente scarse proteine (0,35%) sono utilizzate al 100%. Come è facile capire, questa scoperta di Rubner costituisce una ennesima e valida motivazione scientifica del fruttarismo.

4. L’ANTICONFORMISMO DELL’UOMO FRUTTARIANO

La marcia di ritorno dell’uomo al suo originario fruttarismo non è un disegno utopico, non è un sogno, è una realtà. Avendo dimostrato nei paragrafi precedenti che la carica proteica della frutta rappresenta l’optimum per l’approvvigionamento azotato dell’uomo e che, per una serie di altri motivi tratti dalle più diverse discipline, il fruttarismo, è l’ambita meta finale, in un certo senso “obbligata”, di tutta l’umanità, abbiamo con ciò contribuito a dare certezza scientifica alla radice della tematica fruttariana.

Orbene, sul piano pratico bisogna fare il possibile per avvicinarci gradualmente, con pazienza e perseveranza, a tale meta: saremo incoraggiati a farlo dalla constatazione che la nostra salute fisica, la nostra efficienza intellettuale migliorano in maniera evidente a misura che si avanza verso il fruttarismo al 100%. Una volta acquisita la consapevolezza di essere sulla strada giusta, razionalizzeremo sempre più la nostra alimentazione, gradino dopo gradino. Nel frattempo giova informarsi sulle esperienze fruttariane di chi è più avanti di noi in modo da prendere coscienza del livello al quale si è giunti nell’opera di bonifica della propria vita. Se tale livello risultasse ancora modesto o anche modestissimo, non ci si deve per questo scoraggiare, ma conviene utilizzare il livello già raggiunto come una pedana di lancio onde potere poi balzare al livello superiore e così via, gradatamente, ma senza fermarsi, senza mai rinunciare a migliorare. Ognuno di noi è, quindi, in marcia per diventare fruttariano al 100%, a pieno titolo:

Allora: pensiamo, leggiamo, ascoltiamo, indaghiamo, sperimentiamo! Avanziamo!

In quanto all’anticonformismo dei fruttariani già tali o in marcia per divenirlo, chiaramente espresso dal titolo di questo paragrafo, dobbiamo anzitutto ricordare che la presente relazione ha, tutta, una carica anticonformista. Del resto, non solo i fruttariani, ma tutti i vegetariani in genere sono anticonformisti. Nessun dubbio che siamo ancora una minoranza, nessun dubbio che siamo contro corrente, contro i principii dietetici e comportamentali seguiti acriticamente e supinamente dalla maggioranza.

Dobbiamo però essere lieti di far parte di questa minoranza, che ci consente di sentirci (certo non in senso elitario) culturalmente avvantaggiati e tuttavia maggiormente impegnati, nei rapporti con gli altri, a praticare la benevolenza, la comprensione e l’umiltà tipiche di coloro che più sanno.

Il conformismo culturale oggi imperante, che noi decisamente rigettiamo, conduce in realtà ad una acritica accettazione delle opinioni dei satrapi della cultura accademica, soprattutto di quella medica. Certamente, tenendo conto di tale andazzo, molti passi di questa relazione appariranno non solo spregiudicati, ma addirittura irriverenti nei riguardi sia di persone o categorie di persone, sia di principii o luoghi comuni, dai quali ci discostiamo più o meno vistosamente. Ma questa nostra eterodossia vuole essere solo una critica costruttiva, anche quando ha le parvenze di essere demolitrice; pensiamo, in sostanza di agire in difesa della libera ricerca della Verità, ritenendo che questo e non altro debba essere il fine di ogni indagine scientifica, quando è condotta con idee chiare ed onestà di intenti.

Del resto, è ben noto che molte altisonanti affermazioni, anche di matrice scientifica, si sono poi palesate solo dei pregiudizi o addirittura dei miti e pertanto sono clamorosamente cadute; e si può star certi che altre sono destinate a cadere nel futuro, a misura che avanza nell’uomo la ragione ed il ricorso liberatorio al semplice buon senso e/o alla logica elementare deduttiva. E’ noto che i pregiudizi ed i miti sono duri a morire e quindi non c’è da meravigliarsi se anche quelli relativi alle proteine siano ancora così diffusi.

Il fatto che alcune di queste false credenze durino molto non significa affatto che esse abbiano sicuramente un fondamento reale. Un esempio illuminante è quello che qui di seguito citiamo.

Nel lontano 1914 un grande scienziato, Robert Barany, vinse il premio Nobel per la fisiologia e la medicina per merito di una sua teoria “sul funzionamento dell’orecchio interno e sui dispositivi che influenzano l’equilibrio del corpo umano”. Tutto il mondo scientifico dell’epoca, fece propria tale teoria e tutti i testi scolastici, dai licei alle Università, data l’autorità del Barany, la riportarono qualificandola come una conoscenza scientifica ormai definitivamente acquisita e indiscutibile. Senonché… senonché, nel 1983, dopo circa 70 anni di supino conformismo scientifico, si scoprì, durante il volo di prova dello Space Shuttle, che quella teoria era totalmente infondata e immediatamente tutti tacquero, di colpo, e da allora nessuno ne ha più parlato. Ebbene, quando tale teoria fu formulata, nessuno si era preso la briga di indagare sulla sua serietà e fondatezza; tanto può (eccone un esempio) la accettazione acritica dell’autoritarismo culturale!

Talvolta però, può accadere che qualche “scoperta” o “invenzione” viene sottoposta a verifica e crolla miseramente. Riportiamo ora un altro caso, più recente di quello prima accennato.

Qualche anno fa tutti i giornali ed i settimanali riportarono la notizia della “memoria dell’acqua”, notizia che mise in subbuglio tutto il mondo scientifico e fu definita (molti di voi lo ricorderanno) “la scoperta del secolo”. Addirittura ci fu chi scrisse che da tale scoperta “si dovevano attendere spettacolari sconvolgimenti in tutti i campi delle conoscenze umane”. Di che cosa si trattava? Ecco: la famosa rivista scientifica inglese Nature aveva dato la notizia che un notissimo medico francese, il ricercatore Jacques Benveniste, aveva scoperto che i globuli bianchi del sangue umano, in presenza di anticorpi in soluzioni sempre più diluite, conservavano la capacità di reagire anche quando la soluzione era diluita a tal punto da non contenere più alcun anticorpo. Ergo, l’acqua conserva la memoria. Una tale “scoperta” sconvolgeva ovviamente le leggi naturali, ma – guarda caso! – accreditava fortemente le basi della omeopatia le cui fortune, fondate, in sintesi, sull’efficacia di soluzioni estremamente diluite, stava perdendo credibilità in tutto il mondo. Senonché, in seguito ad indagini e verifiche, si riuscì a dimostrare che questo famoso dott. Benveniste aveva utilizzato fraudolentemente, nei suoi esperimenti, campioni contaminati che, naturalmente, continuavano a provocare la reazione dei globuli bianchi. Dopo tale smascheramento, il Benveniste, che in un primo tempo era già stato qualificato “un grande scienziato” in tutto il mondo scientifico, divenne di colpo “uno scienziato di scarto” e la sua scoperta, sui giornali italiani, fu definita “un falso clamoroso” (giornali del 28/7/1988).

Potremmo continuare a portare esempi di imposture, miti, pregiudizi e falsità, ma per questioni di spazio ci limitiamo ai due casi prima citati (Ci preme sottolineare che il prof. Armando D’Elia, nei suoi lavori, ha più volte brillantemente contribuito a “smascherare” altri miti: quello delle proteine cosiddette “nobili” e quello degli aminoacidi “essenziali”, n.d.r.).

Si può trarre, concludendo, un chiaro monito, rivolto soprattutto ai fruttariani, che costituiscono la “brigata di punta” di tutto il movimento vegetariano: non bisogna mai aver paura di andare contro corrente, non bisogna mai aver paura di difendere a viso aperto il fruttarismo e le sue motivazioni scientifiche ed etiche: il tempo è galantuomo. La schiera, oggi ancora così fitta, di persone avverse al fruttarismo, è destinata ad assottigliarsi rapidamente; in genere si tratta di disinformati, da aggiornare con amore e pazienza. La Verità si imporrà inevitabilmente.

Per mettere in crisi chi è contrario al fruttarismo occorre prima di ogni cosa fargli capire che bisogna resistere alla tentazione di conformarsi supinamente alle opinioni dominanti, che spesso costituiscono la maschera perbenista di grossi interessi di natura economica.

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Anatomia e Fisiologia Comparate

Anatomia e Fisiologia Comparate

A cura di Stefano Torcellan

L’ ANATOMIA studia COME E’ FATTO il corpo umano (forma e struttura).

L’ ANATOMIA è la scienza che studia la FORMA e la STRUTTURA degli ORGANISMI: (UOMO, ANIMALI, PIANTE).

L’ ANATOMIA COMPARATA, è la SCIENZA che CONFRONTA

ORGANI e STRUTTURE nelle VARIE SPECIE ANIMALI.

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LA FISIOLOGIA studia COME FUNZIONA il corpo umano.

La fisiologia è la scienza che studia il complesso delle manifestazioni vitali e le funzioni delle parti anatomiche degli esseri viventi.

A livello specifico, precisa la funzione, descrive l’ utilità delle singole parti anatomiche degli esseri viventi, permette di visualizzare i processi vitali e di capirne le esigenze.

Si suddivide in 3 RAMI che considerano le funzioni vitali delle PIANTE (fitofisiologia o fisiologia vegetale), degli ANIMALI inferiori e superiori (zoofisiologia, o fisiologia animale) e dell’UOMO (fisiologia umana).

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Jacques Morosini, il 1° maggio 2003 ha scritto:

La nozione delle esigenze vitali degli esseri viventi, è solo possibile dopo averne osservato l’ANATOMIA e considerato la FISIOLOGIA COMPARATE con estrema attenzione.

Tale osservazione comparativa, permette pure una precisa collocazione dell’uomo nel mondo vivente: condizione questa, precipua, per disquisire e desumere sugli effettivi bisogni dell’essere umano, all’INFUORI di NOZIONI ARBITRARIE.

Da quegli effettivi bisogni, deve ormai procedere la minuziosa ricerca di quali siano gli alimenti idonei.

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                                            “Tumori e Cancri”

                                           Dr. H. M. Shelton

Anche L’ ANATOMIA e LA FISIOLOGIA COMPARATE dimostrano chiaramente che l’ UOMO per costituzione fisiologica deve essere classificato tra i FRUGIVORI e non tra gli onnivori, come molti credono.

Pag. 111
:

I mangiatori di CARNE dovrebbero rendersi conto che la frequenza del CANCRO negli ANIMALI CARNIVORI (anche allo stato selvatico) e la sua relativa assenza in quelli ERBIVORI e FRUGIVORI (anche in cattività) costituiscono una prova decisiva che le proteine di origine animale non sono appropriate all’alimentazione umana.”

Pag. 115:

Anche allo stato selvatico, gli ANIMALI CARNIVORI sono spesso affetti da CANCRO, mentre gli ANIMALI VEGETARIANI E FRUGIVORI ne sono quasi immuni. Ciò vale per gli UOMINI, ma vi sono eccezioni degne di nota. In linea generale, tuttavia, l’ incidenza del cancro cresce e si abbassa con l’ aumento e la diminuzione del consumo di carne.

Se gli animali carnivori, dotati di mezzi speciali che li preservano dall’eccesso di protidi e dagli elementi tossici della carne, patiscono un’elevata incidenza di cancri, l’ uomo dovrebbe lamentare una situazione peggiore, perché gli mancano gli speciali mezzi di difesa che hanno tali animali.”

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                      “Il sistema di guarigione della dieta senza muco”

                                         Arnold Ehret

Pag. 143

“SOLO LA FRUTTA persino se di un solo tipo, non solo guarisce, ma NUTRE PERFETTAMENTE IL CORPO UMANO, eliminando ogni possibilità di malattia.

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Prof. ARMANDO D’ ELIA, ex presidente dell’associazione vegetariana italiana, laureato in chimica e scienze naturali, afferma che:

“Indubbiamente, per ogni specie animale esiste un cibo adatto a quella stessa specie. La frutta succosa e dolce è appunto il cibo adatto naturalmente alla specie umana.Scientificamente questo è spiegabile facilmente dato che esiste una stretta relazione, profonda ed atavica, tra un certo tipo di alimento e la struttura anatomo-funzionale dell’animale che di esso si nutre; tale relazione costituisce garanzia di conservazione e di salute per quell’organismo”.

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BARON GEORGE CUVIER (1769-1832), il padre della Paleontologia, sosteneva che: “L’UOMO sulle basi della propria struttura, è un MANGIATORE DI FRUTTA, della parte succosa dei VEGETALI e delle RADICI.”

Dr. RICHARD LEHNE, anatomista: “L’ ANATOMIA COMPARATA prova che la dentatura umana è totalmente frugivora e ciò è confermato dalla paleozoologia con documenti vecchi milioni di anni.”

CAROLUS LINNAEUS (1707-1778), padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi (famoso per la nomenclatura binomia): “La FRUTTA è il cibo più adatto alla bocca, allo stomaco, alle stesse mani dell’uomo, disegnate appositamente per raccogliere e mangiare frutta. Anche se il genere umano ad un certo punto della sua storia acquisì abitudini onnivore, millenni di onnivorismo non hanno cambiato di una virgola anatomia e la fisiologia del suo corpo”.

GIROLAMO SAVONAROLA, celebre frate domenicano vegetariano, ci lascia un test per la valutazione della VERA FAME: “I veri onnivori e i veri carnivori, quando sono affamati, sono attratti istintivamente da animali e carogne che interpretano come cibo immediato. Questo non accade mai all’uomo. Il ribrezzo che ogni uomo normale e sano prova alla vista del sangue e di un cadavere è la prova della sua natura non carnivora“.

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LA CARNE, L’UOMO È UN CARNIVORO?

SOMMARIO

  • Carne e prodotti carnei.
    • Anatomia e fisiologia comparate.
    • Alcune valutazioni.
    • L’uomo si classifica tra i frugivori.
    • Come diventare vegetariani.
    • Come assumere le proteine necessarie.
  • Riferimenti bibliografici. Carne e prodotti carnei Per “carne” e “prodotti carnei” intendiamo tutto ciò che deriva dagli animali uccisi (pesce, salumi, affettati, pollo, tacchino, selvaggina, ecc.). Questi prodotti vengono considerati importanti per una buona alimentazione in quanto si crede che possano fornire delle proteine altrimenti introvabili. Soltanto mezzo secolo fa la carne era un alimento considerato completamente inadatto per i primi anni di vita oggi un’alimentazione a base di carne omogeneizzata fa crescere i bambini in modo stupefacente, però il loro organismo non riesce a smaltire l’imprevista quantità di tossine e dopo un periodo rigoglioso compaiono malattie una volta rare nei primi anni di età (tonsilliti, faringiti, infiammazioni, febbri, ecc.). La carne è un alimento innaturale anche per l’uomo adulto. Essa, quale cibo dei carnivori, offre loro una energia che serve per procurarsi una nuova preda, crea invece nell’uomo uno stato di eccitazione e di aggressività, che spesso viene posto sotto controllo con l’uso degli psicofarmaci. È bene precisare che, a seconda del tipo, la carne contiene dal 16 al 24% di proteine. Percentuale simile a quella dei formaggi comuni ed inferiore a quella del parmigiano che supera il 30%. Per contro non contiene carboidrati, deve perciò considerarsi un alimento a basso contenuto di calorie. La carne è un prodotto di seconda qualità poiché è costituita da un insieme di cellule che sono già state utilizzate dal corpo di un animale e talvolta si presentano cariche di rifiuti organici. Il consumo della carne da parte dell’uomo non indica che questo sia l’alimento più adatto al suo benessere. È riscontrato che i vegetariani godono di una salute migliore e molti mangiatori di carne, una volta convertiti, hanno potuto liberarsi di problemi, tra cui forme artritiche e reumatiche, che li affliggevano da parecchi anni.

Anatomia e fisiologia comparate (1).

I seguenti dati di anatomia e fisiologia comparate sono stati tratti dal libro How Nature Cures (Come la natura cura), del Dr. Emmet Densmore (1892), ampliati con alcune informazioni prese da Fruit and Bread (Frutta e pane) di Gustav Schlikeysen(Germania).

Il lettore intelligente non avrà che da esaminare le apparenze anatomiche e fisiologiche, poste in dettaglio, per essere pienamente convinto che il corpo dell’uomo si colloca nella stessa categoria di quello dei primati (scimmie, ecc.), e pertanto non è un carnivoro perché appartiene alla categoria dei granivori frugivori.

CARNIVORI

  • placenta zoniforme
  • incisivi poco sviluppati
  • molari appuntiti
  • saliva e urina acida
  • stomaco semplice
  • intestino lungo tre volte il tronco
  • vivono di carne.
  • ONNIVORI
  • placenta non caduca
  • incisivi assai sviluppati
  • molari con piego
  • saliva e urina acide
  • fondo dello stomaco arrotondato
  • intestino lungo 10 volte il tronco
  • vivono di carne e vegetali.
  • ERBIVORI
  • placenta non caduca
  • saliva e urina acide
  • stomaco in tre parti
  • intestino lungo 12-18 volte il tronco
  • vivono di erbe e piante.
  • ANTROPOIDI (scimmie, ecc.)
    • placenta discoidale
    • incisivi ben sviluppati
    • molari smussati

     

     

    • saliva e urina alcalina
    • stomaco con duodeno
    • intestino lungo 7-11 volte il tronco
    • vivono di frutta e semi (noci, mandorle, ecc.).

     

  • UOMINI
  • placenta discoidale
  • incisivi ben sviluppati
  • molari smussati
  • saliva e urina alcalina
  • stomaco con duodeno
  • intestino lungo 12 volte il tronco
  • dovrebbero vivere di frutta e semi (noci, mandorle, ecc.).
  • Alcune valutazioni (1). La placenta. Se esaminiamo la prima linea della tabella, troviamo la configurazione della placenta (che il Prof. Huxley considera come la migliore base per la classificazione delle specie) e possiamo vedere come l’uomo rientri definitivamente nella categoria dei frugivori. Leggere a tale proposito Man’s Place in Nature, del Prof. Thomas Henry Huxley. La dentizione. Si riconosce universalmente che la forma dei denti ha una grande importanza nella determinazione della classificazione degli animali. Ora, un semplice colpo d’occhio ci convince qui che la scimmia antropoide si piazza tra l’uomo ed i carnivori e non viceversa. In altri termini, L’ UOMO, come diceva Graham, è L’ ARCHETIPO DEI FRUGIVORI. L’individuo pigro che obietterà di non poter fare lo sforzo della ricerca, non ha che da informarsi sui denti dell’uomo attraverso una via più corta. Aprite dunque la bocca del vostro gatto o cane e notare i canini lunghi, conici e taglienti, che possono introdursi in due solchi opposti che si trovano proprio per quello. Notate questa fila di incisivi tra i canini, e le due serie di denti collo scopo evidente di tagliare e di bilanciare. Confrontate poi questi denti colla struttura e la sistemazione del tutto diversa dei vostri propri denti. Cercate infine, di produrre un movimento di macinazione laterale colla mascella inferiore del vostro gatto e vedrete che il povero gatto vi dirà a modo suo che ciò non è naturale. Allo stesso modo si può esaminare un levriero o un bulldog. Questi fatti sono universali e non accidentali. Non esiste carnivoro sulla terra senza canini lunghi, conici e taglienti, o che sia capace di macinazione laterale colla mascella. Non esistono nemmeno animali frugivori o erbivori con canini uguali. L’uomo appartiene dunque alla categoria dei frugivori. Posizione delle mandibole. Negli animali carnivori, leone, tigre, lupo, ecc… la mandibola inferiore si proietta in avanti rispetto la mascella superiore. Invece, nei vegetariani, come i montoni, le capre, le pecore ecc… è il contrario. Nell’uomo e nelle scimmie, la mandibola inferiore è dietro la mandibola superiore. È vero che vediamo uomini e donne che hanno la mandibola inferiore in avanti rispetto a quella superiore, ma, in quei casi, riconosciamo immediatamente un’anomalia.

“D’altronde, dice il medico argentino Eduardo Alfonso, se la carne fosse un alimento naturale per l’uomo la natura, proprio come ha fatto per gli animali carnivori, lo avrebbe munito ancestralmente di potenti zampe, armate di robusti artigli adatti per afferrare e tener ferma la preda, di lunghi e solidi canini uncinati adatti per dilaniare le sue carni, gli avrebbe dato vista e olfatto acutissimi, lo avrebbe costruito per la rapida corsa e lasciato che sguazzasse negli istinti più torvi”.

L’uomo si classifica tra i frugivori (2).

Ovunque nella natura, ogni animale e equipaggiato nel modo migliore al fine di potersi procurare l’alimento a lui più congeniale. Lo stesso dicasi dell’uomo che, come natura costituzionale, si colloca certamente tra primati superiori, che sono frugivori. Come, dunque, spiegare il fatto che l’uomo non si alimenti in conformità alla sua costituzione? Non possiamo che supporre che, già nella notte dei tempi, egli, probabilmente per necessità, fu deviato dalle sue norme primitive verso pratiche in disarmonia totale colla sua natura anatomica, fisiologica e psicologica.

Quando il biologo dice: “Concernendo la sua struttura corporea e l’organizzazione del suo cervello, l’uomo deve essere classificato tra le scimmie antropoidi”, riconosce il fatto che l’uomo è radicalmente diverso dai carnivori sotto parecchi e importanti punti di vista.

Ai nostri tempi, in cui la biologia è insegnata nelle università, colui che oserà pretendere una similitudine tra l’uomo e il cane è certo irriflessivo. Non solo L’UOMO appartiene alla medesima categoria degli altri primati superiori, ma è IL SUPERIORE DEI PRIMATI: L’ARCHETIPO DEI PRIMATI. Ciò è vero tanto per le sue vie digestive che per il resto della sua struttura.

Le due proposizioni di Sylvester Graham:

esiste un rapporto definito tra la costituzione fisica d’un animale e il suo alimento normale (food supply),

l’alimento al quale un organismo e normalmente e costituzionalmente adatto è l’alimento che servirà nel modo migliore i più elevati interessi biologici, fisiologici, psicologici dell’animale o dell’uomo.

La deduzione logica che deriva da questa seconda proposizione è la seguente: “Più l’uomo si allontana dalle norme valide della natura nelle sue abitudini alimentari, e più la sua salute e la sua felicità ne saranno colpite. La malattia, la deformazione e la degenerazione sono le ammende che l’uomo paga per essersi allontanato dalle norme della natura in tutto il suo genere di vita (non solo nelle sue pratiche alimentari)”.

Il fatto che le malattie, le deformazioni e la degenerazione siano universali, è una testimonianza eloquente di questo altro fatto notevole che l’uomo è un essere decaduto. La presenza stessa del medico o del terapeuta guaritore denuncia il degrado della razza umana derivata dal suo allontanamento dalle direttive fornite da Madre Natura.

 Riferimenti bibliografici

How Nature Cures (Come la natura cura), del Dr. Emmet Densmore (1892), Tratto da:Dr. Shelton’s Hygienic Review.

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Description

This section is from the book “The Natural Food Of Man“, by Emmet Densmore. Also available from Amazon: How Nature Cures Comprising a New System of Hygiene.

Appendix. Comparative Anatomy. The Anatomical Differences Between Flesh-Eating And Fruit-Eating Animals

The Carnivora. The Anthropoid Ape. Man. The Omnivora.
Zonary Placenta. Discoidal placenta. Discoidal placenta. Non-deciduate placenta.
Four-footed. Two hands aud two feet. Two hands and two feet. Four-footed.
Have claws. Flat nails. Flat nails. Have hoofs.
Go on all fours. Walks upright. Walks upright. Go on all fours.
Have tails. Without tails. Without tails. Have tails.
look sideways. Eyes look forward. Eyes look forward. Eyes look sideways.
Skin without pores. Millions of pores. Millions of pores. Skin with pores.
Slightly developed incisor teeth. Well-developed incisor teeth. Well-developed incisor teeth. Very well-developed incisor teeth.
Pointed molar teeth. Blunt molar teeth. Blunt molar teeth. Molar teeth in folds.
Dental formula: Dental formula: Dental formula: Dental formula:
*5to8.1.6.1.5to8. 5.1.4.1.5. 5.1.4.1.5. 8.1.2103.1.8.
5to8.1.6.1.5to8. 5.1.4.1.5. 5.1.4.1.5. 8.1.2t03.1.8.
Small salivary glands. Well-developedsalivary glands. Well-developed salivary glands. Well-developed salivary glands.
Acid reaction of saliva and urine. Alkaline reaction saliva and urine. Alkaline reaction saliva and urine. Saliva and urine acid.
Rasping tongue. Smooth tongue. Smooth tongue. Smooth tongue.
Teats on abdomen. Mammary glands on breast. Mammary glands on breast. Teats on abdomen.
Stomach simple and roundish. Stomach with duodenum

(as second stomach).

Stomach with duodenum

(as second stomach).

Stomach simple and roundish, large cul-de-sac.
Intestinal canal 3 times length of thebody. Intestinal canal 12 times length of the body. Intestinal canal 12 times length of the body. Intestinal canal 10 times length of the body.
Colon smooth. Colon Convoluted. Colon convoluted. Intestinal canal smooth and convoluted.
Lives on flesh. Lives on fruit. Homo sapiens vegetus –

Lives on fruit.

Live on flesh, carrion, and plants.

* In this formula the figures in the centre represent the number of incisors; upon each side are the canines, followed to the right and left by the molars.

“Man is neither carnivorous nor herbivorous. He has neither the teeth of the cud-chewers, nor their four stomachs, nor their intestines. If we consider these organs in man, we must conclude him to be by nature and origin, frugi-vorous, as is the ape.”

Read more: http://chestofbooks.com/health/nutrition/Natural-Food/Appendix-Comparative-Anatomy-The-Anatomical-Differences-Between-Flesh-Eating-A.html#.U0NAQl69dO1#ixzz2yFYt7hWY

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Bisogna bere acqua?

Universo del corpo 2000 di Luigi A. Cioffi – Treccani.it

L’ACQUA è un nutriente specifico, essenziale per la vita non solo come costituente di strutture e come SOLVENTE UNICO DEL CORPO, ma anche quale responsabile di regolazione e controllo della pressione osmotica nel corpo mediante l’equilibrio dinamico fra concentrazione di acqua e soluti, primo fra i quali il sodio.

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Le bon guide de l’hygienisme N° 19 Pag. 26

Tradotto da Albert Mosserì dalla Dr. Shelton’s Hygienic Rewiew, n° 2, vol. 26

Keki Sidhwa

I TESSUTI RICOLMI D’ ACQUA

Le persone i cui tessuti sono imbottiti di acqua, hanno una cicatrizzazione delle ferite più lenta e meno efficace di coloro i cui tessuti sono saldi, densi e compatti.

I chirurghi sanno che dopo un’ operazione le ferite si cicatrizzano meno bene in una persona flaccida.

Da alcune decadi poi, i fisiologi tengono ferma l’ idea che occorre lavare le reni come se si trattasse delle fogne o di una tubatura. Sono del tutto inconsapevoli della loro follia, perché una cosa simile non può essere fatta neppure bevendo 8 o 12 bicchieri di acqua al giorno.

Di fatto, la costruzione del tubo digerente, della corrente sanguigna e delle reni non ha nulla in comune con il sistema fognario di una casa.

Quando le reni sono sane e funzionano in modo efficace, respingono l’ eccesso di fluidi attraverso le urine. Ma questo lavoro affatica le reni nella loro funzione che consiste nell’agire come un colino per gli scarti della corrente sanguigna.

In effetti, si spreca dell’energia e della vitalità in un compito inutile. E se si persiste nell’abitudine di BERE MOLTA ACQUA, le reni si affaticano e svolgono meno bene il loro lavoro. Allora I FLUIDI IN ECCESSO SI DIRIGERANNO VERSO I TESSUTI e nelle varie parti del corpo per dilatare le cellule compatte.

D’ altra parte, non bisogna immaginare che l’ abuso di acqua renda morbide le feci.

Anzi, le evacuazioni diventano più difficili e compare STITICHEZZA.

Le persone con varici, emorroidi, congestioni venose, idropisia e disturbi cardiaci, soffrono assai più quando bevono molta acqua che nel caso se ne astenessero.

L’ IDROPISIA è spesso il risultato dell’insufficienza renale o di problemi cardiaci.

L’ eccedenza di liquidi tende ad aggravare il loro stato aumentando il lavoro degli organi escretori già spossati. Si sono pure registrati dei casi di dispepsia, di flatulenza e fermentazioni intestinali prodotte dall’ABUSO DI ACQUA specie durante i pasti, cosa che diluisce i succhi gastrici e gli enzimi interni.

Agli OBESI la cui corpulenza è dovuta a tessuti flaccidi, si raccomanda di fare un DIGIUNO BREVE SENZA BERE ACQUA.

Il grasso viene utilizzato per nutrire il corpo tramite ossidazione, il che libera l’ acqua trattenuta nei tessuti facendo perdere parecchi centimetri di misura.

In più occasioni, ho visto dei digiunatori sorpresi di notare che, pur bevendo soltanto alcuni sorsi, urinano da 600 a 1200 g. al giorno. Un fenomeno temporaneo ma utile.

IN TUTTI i CASI di NEFRITE CRONICA, tubolare o parenchimatosa, anche se non c’ è l’ idropisia, E’ SEMPRE PERICOLOSO BERE TROPPA ACQUA.

L’ ABUSO DI ACQUA in questi casi sovraccarica il cuore e distende i vasi sanguigni, cosa che può rompere uno di questi VASI DEL CERVELLO, perché tale fatto scombussola la compensazione stabilitasi fra cuore e reni. Il lavoro supplementare richiesto al cuore causa ipertrofia cardiaca e rende le pareti del cuore meno elastiche e meno capaci di contrarsi, il che riduce la capacità del cuore di affrontare i cambiamenti normali durante il suo lavoro.

CIO’ CHE PROVOCA SETE

Chi mangia vivande salate, pepate, speziate, degli alimenti concentrati come i cereali, le carni, i formaggi, noci di vario tipo ecc., avrà bisogno di BERE ACQUA PER DILUIRE QUESTE SOSTANZE, questi alimenti. E’ una MISURA DIFENSIVA. In tal caso, il corpo tende a conservare l’ acqua dentro i tessuti.

Quando fa caldo o nei climi temperati, la pelle è più attiva e aiuta molto le reni. Di fatto, la sudorazione consente al corpo di regolare la sua temperatura.

Quando si suda molto, il fatto è che la pelle è sovraccaricata. MOLTI PENSANO DI DOVER BERE MOLTO PERCHE’ SUDANO MOLTO. E’ un ERRORE anche quando fa molto caldo. Di fatto, più bevono e più sudano e il circolo vizioso continua.

Sono stato in India per la durata di un anno circa e non ho bevuto che un solo bicchiere al giorno consistente in succo di frutto o l’ acqua della noce di cocco. Ho constatato che non sudavo come nelle mie precedenti visite quando bevevo di più. Salvo, durante un lavoro fisico impegnativo.

Nei casi di BRONCHITE CRONICA, POLMONITE e altre condizioni polmonari, ho consigliato sovente ai pazienti di NON BERE per la durata di 24, 36 e 48 ore durante il loro digiuno.

I polmoni fortemente congestionati immersi nel loro liquido, in tal modo vengono liberati dall’eccedenza d’ acqua e il paziente si sente meglio.

LE ERNIE, LE ULCERE VARICOSE E PEPTICHE ( all’altezza gastrica e duodenale in quanto provocate dall’azione dei succhi gastrici ) sono più frequenti in coloro i cui tessuti sono pieni d’ acqua.

Un’ ulcera varicosa chiederà molto tempo per cicatrizzarsi finché la pressione dei fluidi permane nella gamba.

Un’ ulcera gastrica o duodenale si aprirà facilmente finché il sistema portale è congestionato da una sovrabbondanza di fluidi nel sistema.

L’ ACQUA è a DOPPIO TAGLIO. Quando la si adopera con giudizio dà la vita, QUANDO SE NE ABUSA OSTRUISCE.

Gli INCONVENIENTI dell’ABUSO DI LIQUIDO sono MORTALI quanto l’ ingordigia.

In realtà, dovremmo ottenere l’ acqua dagli alimenti che consumiamo. In effetti, gli alimenti più secchi come i VARI TIPI DI NOCE contengono dal 5% al 12% di acqua. E un menù composto soprattutto di frutta fresca, di insalate e ortaggi, crudi o cotti in modo salutare, possono fornire tutta l’ acqua necessaria al corpo senza che occorra bere acqua, succhi, latte, etc.

Alcuni alimenti contengono più acqua di altri. I cetrioli e i cocomeri contengono il 94-96% di acqua. Durante i periodi caldi, i frutti succulenti, smorzeranno la sete meglio dei bicchieri d’ acqua.

Quando ci si sarà sbarazzati dell’eccedenza d’ acqua, la continuità nel regime igienista vi eviterà i gonfiori di ventre per tutta la vita.

Ricordatevi che la maggioranza delle persone beve troppa acqua, che simile abitudine può essere assecondata e procurarvi in tal modo molto danno.

E’ proprio il secondo bicchiere d’ acqua che indebolisce la costituzione.

I catarri, i problemi polmonari, l’ insufficienza respiratoria, il fiato corto, la vita allargata, l’ aspetto gonfio, i muscoli flaccidi, ecco tutti i segni che vi dicono “BASTA col BERE ACQUA e LIQUIDI”:

Gli uomini che vivono sono quelli duri e secchi, mentre i molli si afflosciano su un fianco e muoiono anzitempo.

La sete naturale di acqua pura è il miglior indizio circa la quantità di fluido necessaria al corpo. – Keki Sidhwa

NOTA DI ALBERT MOSSERI’: Nella vita normale, se ci si nutre secondo lo stile Igienista, non si ha bisogno di bere acqua perché la frutta e le verdure ne contengono a sufficienza, anche d’ estate e durante le attività muscolari.

GLI IGIENISTI CHE BEVONO ACQUA SI DANNEGGIANO SERIAMENTE. Infine coloro che mangiano come tutti: pane, pesce, carni, spezie, formaggi, avranno sete. L’autore di questo articolo consiglia di RESISTERE A TALE SETE. Di fatto, l’ acqua e le bevande non estinguono per nulla questa falsa sete. Infine, le BEVANDE GHIACCIATE sono doppiamente nocive, perché raffreddano lo stomaco che può digerire soltanto alla temperatura corporea di 37 GRADI circa.

D’ altra parte, QUANDO SI DIGIUNA, gli igienisti possono astenersi dal bere il primo giorno. Ma IN CASO DI CRISI VIOLENTA ( mal di testa, dolori acuti, febbre alta, etc. ) BISOGNA BERE MOLTA ACQUA per ATTENUARE le SOFFERENZE e LAVARE il SANGUE che scarica nelle urine scure gli scarti eliminati.

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La sete

A cura di Stefano Torcellan

My-personaltrainer.it – Universo del corpo 2000 di Luigi A. Cioffi – Treccani.it enciclopedia on line

La sete è la sensazione del bisogno di acqua da parte del corpo, ovvero uno stimolo fisiologico che ha lo scopo di mantenere in equilibrio la quantità di acqua presente nell’organismo, che si manifesta con un senso di secchezza delle mucose del cavo faringeo.

La sete è dovuta ad uno stato di disidratazione a livello del compartimento extracellulare, o di quello intracellulare, o di entrambi.

In condizione di normalità, la SETE compare a causa della DISIDRATAZIONE legata alle PERDITE di ACQUA FISIOLOGICHE che si verificano principalmente attraverso rene, cute, e apparato respiratorio.

Per raggiungere la SOGLIA DELLA SETE è necessario che si verifichi una perdita di acqua pari a circa lo 0,5% della massa corporea.

Il principale meccanismo attraverso cui la disidratazione o più in generale l’aumento della concentrazioni di soluti plasmatici inducono la sete è rappresentata dalla stimolazione di specifici recettori (osmocettori) a livello dell’IPOTALAMO.

Una DISIDRATAZIONE corrispondente al 2% del peso corporeo può danneggiare significativamente risposte fisiologiche e prestazioni fisiche.

LA SOPRAVVIVENZA DI UN UOMO a seguito della privazione di acqua è variabile in rapporto al dispendio energetico e alle condizioni climatiche: NEL DESERTO, per esempio, è al massimo di 36-72 ore.

Un fruttariano soddisfa la vera sete attraverso la vera fame, visto che la frutta sfama e disseta allo stesso tempo.

Fame Sazietà Energia

A cura di Stefano Torcellan

La fame è il bisogno fisiologico di mangiare, essa si manifesta attraverso una sensazione o percezione fisiologica e quindi involontaria causata da uno stimolo interno percepito dai nostri NERVI SENSORI e da questi trasmesso alCERVELLO.

..una sensazione di buco nello stomaco, di vuoto, di dilatazione, di rilassamento, che dallo stomaco attraversando l’ esofago sale verso la gola, la bocca e il naso, una sensazione gradevole e piacevole anche se può essere pressante.

La spinta motivazionale inizia ogni volta che l’individuo avverte un BISOGNO. Quest’ultimo è la percezione di uno squilibrio tra la situazione attuale e una situazione desiderata. Il bisogno è quindi uno stato di insoddisfazione che spinge l’uomo a procurarsi i mezzi necessari (beni) per porvi fine o limitarlo.

I bisogni FISIOLOGICI: fame, sete, sonno, termoregolazione, ecc. Sono i bisogni connessi alla SOPRAVVIVENZA FISICA dell’individuo. Sono i primi a dover essere soddisfatti a causa dell’ISTINTO DI AUTOCONSERVAZIONE.

MeetnFun

UN SOGGETTO AFFAMATO appare più TESO ed IRREQUIETO del solito e spesso avverte una strana sensazione diffusa che, in termini non fisiologici, viene riferita come “AGITAZIONE”, in genere ciò è correlabile con una SCARICA ADRENERGICA DEL DIGIUNO, condizione questa che opera la GLUCOGENESI. In realtà, alcuni fisiologi definiscono la fame come “contrazioni toniche dello stomaco”. Tuttavia, anche dopo tale ablazione dello stomaco le sensazioni psichiche della fame sono avvertite ancora, ed il desiderio di cibo è ugualmente tanto grande da indurre il soggetto alla ricerca continua di un adeguato rifornimento di alimenti.

IL MECCANISMO DELLA FAME

Dr. H. M. Shelton

MOLTI SCIENZIATI sono d’ accordo sul fatto che lo stimolo più importante che conduce l’ IPOTALAMO a inviare la sensazione della FAME è il LIVELLO DI GLUCOSIO O ZUCCHERO NEL SANGUE. E’ stato visto che QUANDO IL LIVELLO DI GLUCOSIO SI ABBASSA, il soggetto sperimenta LA VERA SENSAZIONE DELLA FAME, quella AVVERTITA NELLA BOCCA, NELLA GOLA E NEL NASO.

Treccani.it

“La regolazione del meccanismo della fame viene mediato principalmente da modificazioni del LIVELLO DI ZUCCHERO NEL SANGUE (a unaGLICEMIA BASSA corrisponde FAME) che vengono percepite a livello del sistema nervoso. Almeno DUE NUCLEI dell’IPOTALAMO sembrano implicati nel processo: il NUCLEO VENTROMEDIALE, CENTRO della SAZIETA’, la cui asportazione bilaterale provoca iperfagia, e un GRUPPO DI CELLULE LATERALI RISPETTO A QUESTO, che costituiscono il CENTRO della FAME: lesioni in quest’area provocano anoressia, mentre una stimolazione elettrica determina iperfagia”.

I NEUROMEDIATORI

Serotonina

La serotonina, (o 5-idrossi-triptamina, 5-HT) ha un ruolo importante nella regolazione centrale dell’assunzione di cibo. Agisce sull’IPOTALAMO VENTRO-MEDIALE (nucleo ventromediale o centro della sazietà – treccani.it), determinando l’inibizione del consumo di cibo, ma anche sulla corteccia piriforme sul nucleo parabrachiale laterale del tronco encefalico. Anche il sistema nervoso autonomo, in particolare a livello del tratto gastroenterico, presenta NEURONI SEROTONINERGICI che potrebbero contribuire alla regolazione dell’assunzione di cibo. Gli studi sui farmaci serotoninergicievidenziano che essi non incidono sulla frequenza dei pasti, ma riducono la velocità di assunzione del cibo e la quantità di alimenti consumata per ciascun pasto. La 5-HT sembra quindi potenziare la sazietà, piuttosto che inibire l’appetito. Anche la sensazione di sazietà post-prandiale appare influenzata dalla serotonina, che va aumentando nell’ipotalamo laterale con l’assunzione di cibo. La dieta al contrario, in quanto apportatrice di basse quantità di triptofano (naturale precursore della 5-HT), determina una inevitabile riduzione della sintesi centrale di serotonina. Anche la qualità del pasto influisce sulla produzione di serotonina: PASTI RICCHI DI CARBOIDRATI aumentano la quantità del TRIPTOFANO che passa attraverso la barriera ematoencefalica, con conseguente aumento dei livelli di SEROTONINA. Numerosi studi confermano la relazione tra CARBOIDRATI – SEROTONINA e l’effetto risultante di MAGGIOR SAZIETA’: la secrezione ipotalamica della serotonina è selettivamente stimolata dai carboidrati e ciò costituirebbe un controllo feed-back del consumo di glucidi.

LA VERA FAME E’ IN RELAZIONE DIRETTA CON L’ ENERGIA

Stefano Torcellan

L’ energia ci viene data principalmente dagli zuccheri o carboidrati. Se la vera fame non viene soddisfatta nel momento in cui si manifesta, il primo problema che si presenta subito dopo è una progressiva mancanza di energia(indebolimento).

Arnold Ehret

“La mia esperienza, le verifiche, e gli esperimenti, come pure le cure, tutto dimostrò che lo ZUCCHERO D’ UVAdella frutta era LA SOSTANZA ESSENZIALE NEL CIBO UMANO che dava la MASSIMA EFFICIENZA E RESISTENZA, e allo stesso tempo il miglior eliminatore di scorie e il più efficace agente guaritore conosciuto per il corpo umano.“L’ albumina non è la sostanza più importante presente nel sangue, NE’ I SALI MINERALI DA SOLIsviluppano sangue perfetto. “LA SOSTANZA CARDINALE STANDARD PER IL SANGUE UMANOè la più alta forma sviluppata di idrato di carbonio,ZUCCHERO D’ UVA O DI FRUTTA, chimicamente denominato FRUTTOSIO, come contenuto più o meno in tutta la frutta matura, e nel suo stato immediatamente inferiore, nelle verdure. La nuova scienza più avanzata insegna che persino LA PICCOLA QUANTITA’ DI PROTEINE NECESSARIA VIENE PRODOTTA NEL CORPO UMANO ED ANIMALE DAL FRUTTOSIO.Tutti gli ANIMALI che si nutrono di CEREALI E VERDURE trasformano questi alimenti, prima inFRUTTOSIO, e poi nel corpo nella sua interezza.”

La vera fame e il falso appetito

A cura di Stefano Torcellan

Dr. H. M. Shelton

Prima di tutto bisogna distinguere la vera fame dal falso appetito.

LA VERA FAME è il bisogno fisiologico di cibo.

IL FALSO APPETITO è il bisogno psicologico di cibo.

LA FAME è l’ insistente domanda di cibo che sorge dal bisogno fisiologico di nutrimento.

L’APPETITO invece, è un forte desiderio di cibo che può essere il RISULTATO di parecchi fattori esterni, operanti sulla mente e sui sensi.

LA FAME è una “sensazione che fa si che una persona abbia voglia di mangiare”.

L’APPETITO è una “sensazione che fa si che una persona voglia mangiare un cibo in PARTICOLARE”.

LA PRIMA REGOLA di ogni vero sistema naturale di nutrizione dovrebbe essere: mangiare solo quando si ha veramente fame.

LA SECONDA REGOLA del mangiare corretto è: mangiate i cibi necessari a soddisfare la fame e poi fermatevi.

Gli eccessi sono dannosi.

LA FAME è la voce della natura che ci annuncia che c’ è bisogno di cibo.

LA FAME REALE non si manifesta mai nello stomaco, ma sempre nella GOLA, nella BOCCA e nel NASO.

Mangiare quando si ha veramente fame, è mangiare al MOMENTO OPPORTUNO.

Non esiste altra guida per sapere quando mangiare.

L’ APPETITO è una fame contraffatta, una CREATURA DELL’ ABITUDINE esso non esprime i nostri bisogni, ma i nostri voleri: non ciò di cui abbiamo realmente bisogno, ma ciò di cui pensiamo di aver bisogno.

In realtà, LA FAME REALE è una SENSAZIONE perfino DELIZIOSA che varrebbe la pena di intraprendere un DIGIUNO solo per il piacere di provarla.

Mangiare quando non è tempo, o perché è un dovere sociale, o perché si è riusciti a stimolare un appetito, E’ UN’ OFFESA AL CORPO.

Il Dr. Claunch afferma: “La differenza tra la vera fame e il falso appetito, può essere determinata come segue: quando essere affamati è CONFORTEVOLE (quando ci sentiamo a nostro agio), si tratta di VERA FAME; quando essere affamati è FASTIDIOSO (quando non ci sentiamo a nostro agio), si tratta di FALSO DESIDERIO. Quando una PERSONA AMMALATA salta un pasto ordinario, si sente debole prima di sentirsi affamata. Quando una PERSONA IN BUONA SALUTE salta un pasto, si sente affamata prima di sentirsi debole”.

LA FAME PUO’ ESSERE SODDISFATTA E L’ APPETITO ANCORA PERSISTERE.

MAI MANGIARE QUANDO SI HANNO DOLORI, DISTURBI FISICI O MENTALI, STATI FEBBRILI.

Se il mangiare è seguito da disagio fisico, o da disturbi gastrici e intestinali, non bisogna mangiare, finché non è tornato il benessere. Questa regola, è universalmente seguita sul piano dell’ISTINTO.

Vi sono PERSONE che MANGIANO CONTINUAMENTE e sono PERENNEMENTE “AFFAMATE”. Esse confondono una MORBOSA IRRITAZIONE DELLA STOMACO con la fame: non hanno imparato a distinguere tra una normale richiesta di cibo e un sintomo patologico. Esse scambiano i segni di una GASTRITE CRONICA , o di una GASTRITE NERVOSA, PER FAME.

MOLTI SCIENZIATI sono d’ accordo sul fatto che lo stimolo più importante che conduce l’ IPOTALAMO a inviare la sensazione della FAME è il LIVELLO DI GLUCOSIO O ZUCCHERO NEL SANGUE. E’ stato visto che QUANDO IL LIVELLO DI GLUCOSIO SI ABBASSA, il soggetto sperimenta LA VERA SENSAZIONE DELLA FAME, quella AVVERTITA NELLA BOCCA, NELLA GOLA E NEL NASO.

SUGGERIMENTI PER MANGIARE

Il PRIMO SUGGERIMENTO riguarda la MODERAZIONE. Se il lettore ha già focalizzato i motivi che lo spingono a mangiare in eccesso, deve smettere di riempire il piatto, di avere “gli occhi più grandi della bocca” mentre sarà bene che si guardi intorno con sguardo obbiettivo e si attenga alla moderazione.

IL SECONDO SUGGERIMENTO riguarda L’ OMISSIONE DELLA COLAZIONE.

Sappiamo cha il FEGATO ha accumulato abbastanza GLICOGENO durante la notte, questa riserva gli permetterà di intraprendere la giornata senza bisogno della colazione, anche perché, la digestione è un processo che consuma energia e dopo la colazione, le riserve di energia disponibili per le attività del giorno, sono minori di quelle che avremmo avuto se avessimo saltato questo pasto.

Ricordate che:

DALLE 4 DEL MATTINO FINO A MEZZOGIORNO, il corpo è nella fase della DISINTOSSICAZIONE CELLULARE, la colazione fermerebbe questo processo e priverebbe il corpo di ulteriore energia nervosa.

Il corpo subisce TRE FASI in ciascun periodo delle 24 ore:

1) APPROPRIAZIONE del cibo.

Questa fase non INIZIA fino a che non hai fame. Questo abitualmente succede verso mezzogiorno, QUANDO HAI COMINCIATO A FINIRE LE SCORTE DI GLICOGENO ATTRAVERSO L’ ATTIVITA’.

2) ASSIMILAZIONE del cibo.

Questa fase INIZIA tardi nel corso della serata (circa alle ore 24, mezzanotte) e VA AVANTI FINO alle prime ore del mattino (4 del mattino). Nel corso di questo tempo di riposo e di sonno, il corpo svolge il suo compito a casa.

3) ELIMINAZIONE degli scarti metabolici del corpo e delle materie tossiche ingerite.

Questa FASE (della DISINTOSSICAZIONE CELLULARE) INIZIA abitualmente nelle primissime ore del mattino (4 del mattino) e DURA FINO a mezzogiorno. Il nostro appetito e sistema digestivo si abbassa ( ? ) durante queste ore. Psicologicamente potremmo avere bisogno di cibo, ma non c’ è alcuna domanda fisiologica per esso. NON AVREMO MAI FAME SE MANGIAMO DURANTE QUESTA FASE, le energie dirette verso la pulizia del corpo dovranno essere di nuovo dirette verso la digestione.

E’ SEMPRE UNO SHOCK PER IL CORPO INTERROMPERE LA SUA SVEGLIA BIOLOGICA. Quando mangiamo la colazione interferiamo con le normali operazioni del corpo. A dispetto di tutto quanto detto dai fabbricatori di colazione IL TUO CORPO NON HA BISOGNO di COLAZIONI BEN SOSTANZIOSE. Ed ecco un altro mito buttato giù!

IL TERZO SUGGERIMENTO riguarda IL MONOPASTO, meglio ancora se A BASE DI FRUTTA, altrimenti è bene ricordiate le regole delle combinazioni degli alimenti.

IL QUARTO SUGGERIMENTO, ci viene ispirato dal LIBRO di BOB SCHWARTZ “Le diete non funzionano”, che consiglia di dare un valore numerico alla propria fame.

Avremo di conseguenza:

1 FAME DA LUPI, MOLTA FAME, quando la vera fame non soddisfatta diventa pressante.

2 VERA FAME

3 ANCORA FAME, quando non si è completamente sazi.

4 SAZI, NON PIU’ FAME, PIENI, SODDISFATTI

5 MANGIATO TROPPO, quando si mangia OLTRE LA SAZIETA’

6 FASTIDI ALLO STOMACO

7 DOLORE

8 QUASI BLACK-OUT

Naturalmente sarà meglio NON MANGIARE DAL NUMERO 4 IN POI.

Questi consigli precludono UNA COMUNICAZIONE ONESTA TRA IL CORPO E LA MENTE e UN ONESTO DESIDERIO DI TALE COMUNICAZIONE.

IL PIU’ ALTO GODIMENTO NEL MANGIARE

Il più alto godimento nel mangiare deve derivare dalla FAME. Una viva fame e l’ abilità di godere vigorosamente del cibo mangiato è un’ indicazione sicura che darà la piena produzione dei succhi digestivi. PIU’ SI GUSTA IL PROPRIO CIBO, più si estrae MATERIALE NUTRITIVO da ogni singolo boccone prima di inghiottirlo, più il succo gastrico fluisce liberamente e più la digestione gastrica sarà pronta ed efficiente.

I progressi della civiltà non consistono nell’indulgere troppo ai propri desideri, ma nell’usare il SELF-CONTROL e nell’usare le proprie capacità a vantaggio dell’organismo.

C’ è un LIMITE alle capacità delle GHIANDOLE DIGESTIVE. Esse non possono secernere sufficienti SUCCHI ed ENZIMI per digerire TRE “MASSICCI PASTI” AL GIORNO. Nè chi consuma pasti del genere può essere sempre sufficientemente affamato al momento del pasto per poterlo gustare pienamente. Egli non solo mangia al di sopra delle sue capacità digestive, ma non ha IL FLUSSO DI “SECREZIONE PSICHICA”che proviene da un FORTE DESIDERIO e da un reale apprezzamento del cibo. Il succo gastrico e gli altri succhi non possono essere forniti in quantità sufficiente e della forza necessaria, quando si è abituati a MANGIARE TROPPO.

GUSTARE IL CIBO ( in un certo senso non ancora compreso ) regola il processo di nutrizione, togliendo l’ appetito per un cibo in favore di un altro, non appena il corpo ha ricevuto a sufficienza ogni particolare sostanza. IL SENSO DEL GUSTO (sentinella del corpo contro i veleni e i medicinali – T. C. Fry) è un ISTINTIVO REGOLATORE DELLA NUTRIZIONE e quando è normale e non pervertito è un’affidabile guida per determinare la qualità e la quantità di cibo necessario.

                      

COME SI MANIFESTA LA VERA FAME

Albert Mossèri

“La maggioranza degli igienisti di professione attribuisce alle ghiandole della GOLA e a quelle della BOCCA il ruolo principale nelle manifestazioni della fame.

SHELTON attribuisce questo attivo ruolo principale ai NERVI.

Se la vera fame non viene soddisfatta nel momento in cui si manifesta, il primo problema che si presenta subito dopo è una progressiva mancanza di energia (indebolimento).

Infatti, sono proprio i NERVI a comandare questa SENSAZIONE DI VUOTO E DI DILATAZIONE CHE SALE (DALLO STOMACO) VERSO L’ ESOFAGO E LA GOLA.

E’ la ragione per la quale DURANTE I MOMENTI di fatica, di inquietudine, di preoccupazione, di collera, di odio, di emozioni negative, ecc. SEBBENE IL CORPO ABBIA BISOGNO DI NUTRIMENTO, ESSO NON LO RICHIEDE E NON MANIFESTA FAME.

I NERVI manterranno contratti gola ed esofago.

Quando le condizioni sono favorevoli, la FAME si manifesta con la DILATAZIONE DELLA GOLA E DELL’ ESOFAGO.

LA VERA FAME è sempre una SENSAZIONE GRADEVOLE E PIACEVOLE, anche se può essere pressante.

UN BUCO NELLO STOMACO, UN VUOTO, accompagnato da contrazioni ritmiche, UNA SENSAZIONE DI RILASSAMENTO CHE SALE DALLO STOMACO VERSO LA GOLA ATTRAVERSANDO L’ ESOFAGO: tutti questi SINTOMI sono GRADEVOLI.

LA FALSA FAME scompare in breve tempo, riappare ancora, poi sparisce di nuovo.

Al contrario LA VERA FAME persiste e si accentua.

Quindi PER DISTINGUERLE e rendersene conto BASTERA’ ATTENDERE UN’ ORA O POCO PIU’.

Tra le sensazioni di FALSA FAME il Dr. Shelton cita anche quella del VENIR MENO. Secondo il Dr. Dodds, la sensazione del”VENIR MENO” in taluni casi, non proviene da mancanza di nutrimento, bensì dall’assenza dell’abituale stimolante.

Ma io (Albert Mossèri) il “VENIR MENO” lo considero piuttosto come un sintomo acuto di denutrizione e di autentica fame.

PER COLORO CHE SOFFRONO DI DENUTRIZIONE (malgrado l’ abbondanza della loro alimentazione) la”fame” potrebbe comparire una o due ore dopo il risveglio ed anche all’istante.

QUANDO LA DENUTRIZIONE SARA’ STATA CURATA ED ELIMINATA IL LORO CORPO NON RECLAMERA’ NUTRIMENTO che PARECCHIE ORE DOPO IL RISVEGLIO. Infatti, all’inizio del cambiamento di regime la digestione è molto debole, le cellule piangono miseria e la fame diventa frequente e perentoria.

Alcuni possono sentirsi “venir meno” ed in questi precisi momenti devono affrettarsi a mangiare.

In seguito, migliorando il potere digestivo, le riserve diventano più sostanziose e la fame, più diradata, si sopporta gradevolmente.

In capo a diverse settimane, questo genere di fame scompare per far posto, non appena le riserve abbiano recuperato, ad una fame meno urgente.

Non bisogna confondere la sensazione del sentirsi “venir meno” con la debolezza. LA DEBOLEZZA non è un SINTOMO di fame , bensì di AVVELENAMENTO.

Nella debolezza, ci si sente deboli, incapaci di concentrarsi, di fornire uno sforzo muscolare.

Ciò è dovuto alla TOSSIEMIA.

Il fegato intasato si accaparra tutto il sangue e l’ energia, il che priva muscoli e cervello di un influsso nervoso.

A questo punto bisogna astenersi dal mangiare, coricarsi ritardare il

pasto e le forze ritornano rapidamente con tutta l’ abituale lucidità mentale.

Al contrario QUANDO CI SI SENTE “VENIR MENO”, si prova un vuoto interiore, uno stato prossimo allo svenimento, una fame diffusa che parte dallo stomaco e sale verso la gola e la bocca.

A questo punto bisogna mangiare un po’, poi riposarsi

o fare una siesta.

Qualche dattero a portata di mano servirà a dovere.

LE SOFFERENZE DELLA FAME

Secondo l’ opinione medica e popolare, la fame è una sensazione dolorosa e penosa.

Si parla di sofferenza da fame. “HO SOFFERTO LA FAME” VI SI DICE.

Ora la fame è una sensazione del funzionamento normale del corpo, e tutte le funzioni normali del corpo producono piacere.

Così, ad esempio, il fatto di urinare, evacuare, guardare, dormire, avere rapporti sessuali, sono tutte funzioni piacevoli.

Perché parlare allora di sofferenza da fame? Dei suoi dolori?

Vero è che taluni individui provano effettivamente delle sofferenze, ma questo non è altro che LA MANIFESTAZIONE DELL’ ELIMINAZIONE E DELLA DISINTOSSICAZIONE atta ad annullare i postumi fastidiosi di precedenti pasti malsani.

Chi smette di fumare o di bere caffè, risente identiche sofferenze e

simili disagi derivanti dalla DISINTOSSICAZIONE.

Questi inconvenienti, non devono indurre a mangiare, ne a fumare, ne a bere caffè.

RIPETIAMOLO: le sofferenze talora avvertite non sono quelle della fame, bensì quelle proprie della DISINTOSSICAZIONE.

Queste sofferenze scompaiono non appena la disintossicazione è terminata, ed infineQUANDO ARRIVA LA VERA FAME NON SI AVVERTE ALCUNA SOFFERENZA.

Vera-Fame

                         

                         

                            

                                          

LA FALSA FAME COME DOPO UNA DROGA

Tutti i sintomi morbosi che ho descritto nella falsa fame assomigliano sorprendentemente ai sintomi che si manifestano nei fumatori e bevitori di caffè o anche nei drogati quando smettono di avvelenarsi. Questi sintomi sono quelli della falsa fame, sono sintomi di eliminazione.

La falsa fame è un sintomo di eliminazione dei residui del pasto precedente. Ora, questi sintomi di disintossicazione sono ben conosciuti dai drogati, dai fumatori e dai bevitori di caffè e tè.

Disgraziatamente i mangiatori li ignorano.

L’assuefazione può esistere tanto per la droga che per i cibi malsani.

Risulta evidente che se un drogato o un fumatore in piena disintossicazione riprende il proprio veleno i sintomi sgradevoli della disintossicazione cessano subi­to. Pertanto non bisogna mai arrestare una disintossicazione sia proveniente dalla droga, dall’alcool, dal caffè che da cibi malsani.

“I sintomi morbosi della falsa fame, prosegue Shelton, sono identici a quelli che provano i drogati quando sono privati della loro droga abi­tuale” .

E ben vero che i sintomi dell’assuefazione alle droghe sono ben più forti, tut­tavia l’assuefazione alimentare e l’abitudine alle ore fisse dei pasti conducono al­l’ebbrezza alimentare ed all’ingordigia e producono sintomi loro propri, a torto scam­biati per fame. Vero è che questi sintomi sono temporaneamente alleviati con l’ingerire cibo, esattamente come il caffè dà momentaneo sollievo al mal di testa provocato dalla precedente tazzina di caffè! Perciò ci si immagina, e ne siamo convinti, che occorra mangiare. All’opposto, i malati di ulcera e di stomaco per alleviare i loro mali mangiano frequentemente, ma così facendo li rendono duraturi.

E un circolo vizioso che si può rompere con la pratica del digiuno. In caso contrario si affonda sempre più.

Tutti quei sintomi morbosi finiscono col passare se si smette di mangiare per qualche tempo e si attende la vera fame.

I sintomi morbosi della FALSA FAME, prosegue il Dr. SHELTON, sono identici a quelli che provano i DROGATI quando sono privati della loro droga abituale”.

E’ vero che i sintomi dell’assuefazione alle droghe sono ben più forti, tuttavia l’assuefazione alimentare e l’abitudine alle ORE FISSE DEI PASTI conducono alla ebbrezza alimentare ed all’ingordigia e producono sintomi loro propri, a torto scambiati per fame. Vero è che questi SINTOMI sono TEMPORANEAMENTE ALLEVIATI CON L’INGERIRE CIBO, esattamente comeil CAFFE’ dà momentaneo sollievo alMAL DI TESTA provocato dalla precedente tazzina di caffè! Perciò ci si immagina, e ne siamo convinti, che occorra mangiare. All’opposto, i malati di ulcera e di stomaco per alleviare i loro mali mangiano frequentemente, ma così facendo li rendono duraturi. (i loro mali. – N.d.r.)

E’ un CIRCOLO VIZIOSO che si può rompere con la pratica del DIGIUNO. In caso contrario si affonda sempre di più.

Tutti questi sintomi morbosi finiscono col passare se si smette di mangiare per qualche tempo e si attende la vera fame.

                                   

                               Dr. DOUGLAS GRAHAM

LA VERA FAME è una sensazione che si verifica principalmente nella parte bassa della gola, proprio come la sensazione della sete, ma un po’ più basso, circa dove appare la concavità tra le ossa del collo, nella parte inferiore del collo (Giugulo: Regione anteriore-inferiore del collo, a forma concava, di fossetta, soprastante alla forchetta dello sterno e compresa fra i tendini dei muscoli sternocleidomastoidei – Dizionario di medicina 2010- Treccani). La sensazione potrebbe essere descritta come simile a un dolore sordo.

LA SENSAZIONE ALLO STOMACO che comunemente associamo con la fame è spesso il risultato del restringimento delle sue pareti muscolari dopo aver completato l’operazione digestiva dell’ultimo pasto. Se una sensazione di fame è accompagnata da sensazioni di svenimento, morsi di stomaco, mal di testa, o altri disagi, in realtà è un segno di ritiro da sostanze nocive”.

Dr. H. M. Shelton

“Imparare a riconoscere i nostri limiti fisici e mentali e lasciarsi governare da essi è la cultura della saggezza nel campo della vita. Ciò garantisce la salute a tutti quelli che li seguono”.

“Produciamo e manteniamo i nostri propri dolori negando di rispettare gli avvertimenti dei nostri sensi”.

Stefano Torcellan

E’ certo che, un fruttariano che non rispetta la vera fame, non può mantenere la salute. E per quanto riguarda la dieta di transizione, se non si rispetta la vera fame non si potrà interpretare nel giusto modo gli eventuali sintomi di eliminazione che si potranno manifestare.

Sintesi e adattamento a cura di STEFANO TORCELLAN, tratto da:

– “LA SCIENZA E LA RAFFINATA ARTE DEL CIBO E DELLA NUTRIZIONE”- Dr. H. M. Shelton – capitolo 24 “Quanto dobbiamo mangiare”? e capitolo 25 “Quando dobbiamo mangiare”?

– “LA FACILE COMBINAZIONE DEGLI ALIMENTI” – Dr. H. M. Shelton – capitolo “Ghiottoneria e iperalimentazione” – capitolo “Mangiate solo 2 pasti al giorno”

– “LA CHIAVE DEL SUCCESSO PER DIMAGRIRE” – H. M. Shelton, T. C. Fry, Jo Willard, Jean A. Oswald – Lezione 12 “La vera fame e il falso appetito” – (ultimo libro scritto dal Dr. Shelton)

– “NUTRIZIONE SUPERIORE”- Dr. H. M. Shelton – capitolo XXVIII “Come Mangiare”

– “DIGIUNARE PER RINNOVARE LA VITA” – H. M. Shelton – capitolo “Fame”

– “AFFIDATE LA VOSTRA SALUTE ALLA NATURA”- Albert Mossèri – capitolo “Fame e Appetito”

– “THE 80/10/10 DIET”- Dr. Douglas Graham – pag. 252

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